ANTONIO R. DAMASIO.
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L'ERRORE DI CARTESIO.
Emozione, ragione e cervello umano.
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Parte 2.
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Titolo originale: Descarte's Error - Emotion, Reason and the Human Brain. 1994.
Traduzione di: Filippo Macaluso.
1995. ADELPHI EDIZIONI, MILANO.
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Indice di questa parte.
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8. L'IPOTESI DEL MARCATORE SOMATICO.
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PARTE TERZA.
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9. L'IPOTESI DEL MARCATORE SOMATICO ALLA PROVA.
10. IL CERVELLO PENSOSO DEL CORPO.
11. LA PASSIONE DEL RAGIONARE.
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POST SCRIPTUM.
Note e fonti bibliografiche.
Altre letture.
Descrizione delle figure.
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Fine Indice.
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8. L'IPOTESI DEL MARCATORE SOMATICO.
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- "Ragionamento e decisione".
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Noi non pensiamo quindi affatto al presente; e se ci pensiamo,  solo per prendere lumi per predisporre l'avvenire (1). Queste sono parole di Pascal, ed  facile vedere quanta percezione egli avesse della virtuale non esistenza del presente, essendo noi rosi dall'abitudine di usare il passato per pianificare ci che verr poi, tra un momento o in un futuro lontano. Ragionamento e decisione riguardano tale incessante, onnicomprensivo processo di creazione; questo capitolo riguarda una frazione delle sue possibili basi neurobiologiche.
Pu essere corretto affermare che lo scopo del ragionare  decidere, e che l'essenza del decidere  scegliere una possibile risposta, cio un'azione non verbale, una parola, una frase - o una loro combinazione - tra le molte disponibili al momento e in rapporto con una situazione data. Ragionamento e decisione sono cos intrecciati che spesso si usano i due termini in modo intercambiabile; Philip Johnson-Laird ha colto quest'intreccio con la frase: Per decidere, giudicate; per giudicare, ragionate; per ragionare, decidete - su che cosa ragionare (2).
Inoltre, i due termini per solito implicano che chi decide conosca: a) la situazione che richiede una decisione; b) le differenti possibili scelte di azione (risposte); c) le conseguenze di ciascuna di tali scelte (esiti) nell'immediato e in tempi futuri. La conoscenza esiste nella memoria sotto forma di rappresentazione disposizionale e pu essere resa accessibile alla coscienza in versioni sia linguistica sia non linguistica, pressoch simultaneamente.
I due termini implicano anche che chi decide possegga qualche strategia logica per produrre inferenze efficaci sulla base delle quali scegliere un'adeguata risposta, e che siano operanti i processi di sostegno che il ragionamento richiede. Tra questi ultimi si citano di solito l'attenzione e la memoria operativa, ma nemmeno un accenno si fa all'emozione o al sentimento, e quasi nulla si dice del meccanismo mediante il quale si genera un repertorio di opzioni diverse tra cui scegliere.
Se ne desume che non tutti i processi biologici che culminano nella scelta di una risposta rientrano nell'mbito del ragionamento e della decisione quali li abbiamo definiti. I seguenti esempi serviranno a illustrare questo punto.
Primo esempio: si consideri quello che accade quando il livello degli zuccheri nel sangue si abbassa e i neuroni dell'ipotalamo rilevano questo calo. Vi  una situazione che richiede un'azione; vi  un "know-how" fisiologico iscritto nelle rappresentazioni disposizionali dell'ipotalamo; vi  infine, iscritta in un circuito neurale, una strategia per selezionare una risposta, consistente nell'istituire una condizione di fame che alla fine porter il soggetto a mangiare. Ma il processo non coinvolge alcuna conoscenza dichiarata, alcun dispiegamento esplicito di opzioni e conseguenze, alcun meccanismo conscio di inferenza, fino al momento in cui il soggetto diviene consapevole di essere affamato.
Come secondo esempio, si consideri quel che accade quando si fa un movimento brusco per schivare un oggetto che cade. Vi  una situazione (l'oggetto che cade) che richiede un'azione immediata; vi sono opzioni d'azione (scansarsi o no), ognuna delle quali comporta conseguenze diverse. Ma per scegliere la risposta non si adotta una conoscenza conscia (esplicita), n una strategia di ragionamento conscia. La conoscenza richiesta era conscia, la prima volta in cui si  appreso che un oggetto che cade pu ferire, e che evitarlo o fermarlo  meglio che esserne colpiti; poi l'esperienza fatta con tali scenari, via via che si cresceva, ha fatto s che il cervello accoppiasse in modo fermo lo stimolo agente con la risposta pi vantaggiosa. Ora, la strategia di scelta della risposta consiste nell'attivare il forte legame tra stimolo e risposta, cos che l'attuazione di quest'ultima avviene in modo "automatico" e "rapido", senza sforzo o deliberazione, anche se si pu volontariamente tentare di prepararla.
Il terzo esempio mette assieme una variet di casi radunabili in due gruppi. Il primo comprende la scelta di una carriera; di chi amare o assistere; la decisione di volare o no quando c' minaccia di tempeste; la decisione di come votare, o di come investire i propri risparmi; di perdonare o no una persona che ci ha fatto del male, o - per il governatore di uno Stato - di commutare la pena di un detenuto recluso nel braccio della morte. Quanto al secondo gruppo di esempi, per la maggior parte degli individui esso comprenderebbe il ragionamento che accompagna la costruzione di una nuova macchina, o la progettazione di un nuovo edificio, o la risoluzione di un problema matematico, la composizione di un brano musicale o la stesura di un libro, o il giudicare se una nuova proposta di legge si accorda o contrasta con lo spirito o la lettera di un emendamento alla Costituzione.
Tutti i casi elencati nel terzo esempio si fondano sul processo (supposto chiaro) di desumere conseguenze logiche da premesse date per scontate, di trarre inferenze affidabili che, sgombre da passioni, ci consentano di fare la migliore scelta, che conduca all'esito migliore, per il problema peggiore che possa presentarsi. Cos non  difficile separare il terzo esempio dai primi due. In tutti i casi che rientrano nel terzo esempio, le situazioni di stimolo hanno parte maggiore; le opzioni di risposta sono pi numerose; le rispettive conseguenze hanno pi ramificazioni e sono spesso differenti, nell'immediato e nel futuro, proponendo in tal modo conflitti tra possibili vantaggi e svantaggi entro cornici temporali diverse. Complessit e incertezza si profilano talmente grandi che non  facile arrivare a previsioni affidabili. Non meno importante  il fatto che deve presentarsi alla coscienza un gran numero di quella miriade di opzioni e di esiti, perch si possa fissare una strategia di attivit. Per selezionare la risposta finale bisogna applicare il ragionamento, e ci comporta il tenere a mente una moltitudine di fatti, registrare i risultati di azioni ipotetiche e associarli agli obiettivi intermedi e a quelli ultimi: tutte cose che richiedono un metodo, qualche tipo di piano di gioco tra i molti gi saggiati.
Sulla base delle lampanti differenze fra il terzo esempio e i primi due, non fa sorpresa lo scoprire che ad essi corrispondono meccanismi del tutto privi di relazioni, sia mentalmente sia neuralmente - separati in tale misura che Cartesio pose l'uno all'esterno del corpo, come marchio caratteristico dello spirito umano, mentre gli altri rimanevano all'interno, contrassegno degli spiriti animali; talmente separati che l'uno indica chiarezza di pensiero, competenza deduttiva, capacit algoritmica, mentre gli altri connotano oscurit e la meno disciplinata vita delle passioni.
Ma se la natura dei casi che illustrano il terzo esempio indica una differenza vistosa rispetto ai primi due,  anche vero che tali casi non sono tutti dello stesso tipo. Scontato che tutti richiedono ragione, nella accezione usuale del termine, alcuni sono per pi vicini degli altri alla persona e all'ambiente sociale del decisore. Cos, decidere di amare o perdonare, scegliere una carriera, compiere un investimento, rientrano nel dominio immediato personale e sociale, mentre risolvere l'ultimo teorema di Fermat o decretare la costituzionalit di un capitolo di legislazione sono pi distanti dal nucleo personale (anche se non  difficile pensare a eccezioni). Il primo gruppo richiama la nozione di razionalit e di ragione pratica, il secondo ricade pi facilmente nel dominio della ragione in senso pi generale, della ragione teoretica, financo della ragione pura.
E tuttavia, a dispetto delle manifeste differenze tra gli esempi e del loro apparente raggrupparsi per ambito e per livello di complessit, pu ben esservi un filo comune che li percorre tutti, nella forma di un nocciolo neurobiologico condiviso.

[- "Ragionamento e decisione nello spazio personale e sociale".

Ragionare e decidere pu essere arduo, ma lo  in modo particolare quando sono in gioco l'esistenza e il suo contesto sociale immediato. Vi sono diverse buone ragioni per farne un dominio separato. In primo luogo, a una profonda menomazione della capacit personale di decidere non si accompagna necessariamente una menomazione altrettanto profonda nell'mbito non personale - come hanno confermato i casi di Phineas Gage, di Elliot e altri. Attualmente, stiamo indagando per scoprire con quanta competenza tali pazienti ragionino quando le premesse non li riguardano in modo diretto e con quanta efficacia possano pervenire alle conseguenti decisioni: pu darsi che, quanto pi i problemi sono staccati dal loro essere personale e sociale, tanto meglio essi riescano ad affrontarli. In secondo luogo, basta osservare il comportamento umano con il comune buon senso per vedere confermata un'analoga dissociazione delle capacit di ragionare, che va in entrambe le direzioni. Tutti conosciamo qualche persona eccezionalmente abile nella navigazione sociale, infallibile nel cercare ci che  di vantaggio per s e per il proprio gruppo, ma che pu rivelarsi vistosamente inetta quando sia alle prese con un problema non personale e non sociale. Non meno patente  la condizione opposta: sappiamo di artisti e scienziati di grande creativit il cui senso sociale  una sciagura, e che con il proprio comportamento danneggiano regolarmente s e gli altri (una variante inoffensiva di quest'ultima tipologia  il professore con la testa fra le nuvole). In tali differenti personalit ravvisiamo la presenza o l'assenza di quella che Howard Gardner chiama intelligenza sociale, oppure di una delle sue molteplici intelligenze, come quella matematica (3).
Il dominio personale e sociale immediato  quello che si trova pi vicino alla nostra sorte, e anche quello che comporta il massimo di incertezza e complessit. Parlando in generale, all'interno di tale dominio decidere bene significa selezionare una risposta che alla fine sar vantaggiosa per l'organismo, direttamente o indirettamente, in termini di sopravvivenza e di qualit di tale sopravvivenza. Decidere bene significa anche decidere alla svelta, specie quando il tempo  essenziale, o almeno decidere entro un arco temporale che si giudica adeguato al problema in questione.
So bene che  arduo definire che cosa sia vantaggioso, e mi rendo conto che alcuni esiti possono essere vantaggiosi per alcuni individui e non per altri. Ad esempio, essere milionari, o vincere un premio, non  necessariamente un bene; molto dipende dal quadro di riferimento e dall'obiettivo che ci si prefigge. Quando definisco vantaggiosa una decisione, io mi riferisco sempre a esiti personali e sociali di base: la sopravvivenza dell'individuo e del suo gruppo parentale, la sicurezza di un tetto, la salute fisica e mentale, occupazione, solvibilit finanziaria, una buona collocazione nel gruppo sociale. A Gage o a Elliot la nuova mente non consentiva di procacciarsi tali vantaggi.]

- "Razionalit all'opera".

Si consideri, per cominciare, una situazione che richiede una scelta: siete il proprietario di un'impresa, in procinto di incontrare - oppure no - un possibile cliente che potrebbe farvi concludere un buon affare, ma che  anche acerrimo nemico del vostro miglior amico. Il cervello di un adulto normale, intelligente e istruito, reagisce creando rapidamente scenari diversi di possibili risposte e di esiti conseguenti, che alla nostra coscienza si presentano come scene immaginarie e molteplici: non un film continuo, ma piuttosto una rapida giustapposizione di singoli quadri, immagini lampeggianti che corrispondono a scene cruciali e che vengono toccate saltando dall'una all'altra. Ad esempio: l'incontro con il possibile cliente; il vostro amico che vi vede in sua compagnia, e la minaccia che ci comporta per la vostra amicizia; oppure, la rinuncia all'incontro e la perdita di un buon affare, ma a tutela di un'amicizia che per voi  preziosa; e cos via. Quello che voglio fare osservare, qui,  che la vostra mente non  tabula rasa, all'inizio del processo di ragionamento; piuttosto,  dotata di un repertorio di immagini diverse, generate per il complesso delle situazioni che state affrontando; esse entrano ed escono dalla coscienza in una variet troppo ricca perch voi possiate abbracciarla tutta. Anche in questo esempio un po' forzato  possibile ravvisare il tipo di dilemmi che ci si trova ad affrontare quotidianamente o quasi. Come si fa a risolverli? Come si selezionano le questioni inerenti alle immagini che sfilano davanti all'occhio della mente?
Vi sono almeno due possibilit distinte: la prima discende da una nozione tradizionale, di ragione alta, del decidere; la seconda, dall'ipotesi del marcatore somatico.
La prospettiva di ragione alta non  altro che quella del buon senso, e giudica che, al meglio della nostra capacit di decidere, noi siamo orgoglio e vanto di Platone, Cartesio e Kant. La logica formale di per s ci condurr alla soluzione migliore tra quelle disponibili, per qualsiasi problema. Un aspetto importante di questa concezione razionalistica  che bisogna escludere le emozioni, per ottenere i migliori risultati: l'elaborazione razionale non deve essere impacciata da passioni.
In questa prospettiva, i differenti scenari sono considerati, fondamentalmente, uno alla volta e, per usare il gergo manageriale oggi di moda, su ciascuno di essi si compie un'analisi costi/benefici. Avendo in mente l'utilit soggettiva attesa (che  ci che si vuole massimizzare), si deduce per via logica che cosa  buono e che cosa non lo . Per esempio, si considerano le conseguenze di ogni opzione in momenti diversi del futuro previsto e si pesano guadagni e perdite che ne conseguirebbero. Via via che si procede nella deduzione, l'analisi diventa tutt'altro che facile, poich la maggior parte dei problemi presenta ben pi di due alternative, come nell'esempio riportato. Ma si osservi che anche un problema a due alternative non  cos semplice. Acquisire un nuovo cliente pu portare un guadagno immediato, e anche un sostanzioso guadagno futuro; quanto, per, non si sa, e perci bisogna stimarne l'entit e l'andamento nel tempo, in modo da poter istituire un confronto con le potenziali perdite - tra le quali vanno annoverate anche le conseguenze della rottura di un'amicizia. E siccome queste ultime variano nel tempo, bisogner anche stimarne il tasso di deprezzamento! Di fatto, quindi, ci si trova ad affrontare un calcolo complesso, da impostare in epoche immaginarie differenti e ponendo a paragone risultati di natura differente, che devono essere in qualche modo riportati a una moneta unica, perch il paragone abbia un senso. In buona misura, tale calcolo dipender dalla generazione ininterrotta di nuovi scenari immaginari, costruiti su schemi uditivi e visivi (fra gli altri), e anche dalla generazione ininterrotta di narrazioni verbali che accompagnano quegli scenari e che sono essenziali per tenere in attivit il processo di inferenza logica.
Quello che voglio sostenere ora  che, se questa strategia  l"'unica" disponibile, la razionalit descritta in precedenza non pu funzionare. Nel migliore dei casi, la decisione richieder un tempo troppo lungo, assai pi lungo di quanto si possa accettare se nella medesima giornata si deve fare qualcosa d'altro; nel peggiore, poi, non si arriver ad alcuna decisione, ma ci si ritrover smarriti nel labirinto dei calcoli. Per quale motivo? Perch non  facile tenere a memoria i molteplici livelli di guadagni e perdite che bisogna confrontare: dalla lavagna della memoria semplicemente scompaiono le rappresentazioni dei passi intermedi che bisogna tenere in serbo e poi passare in rassegna per trasferirli nella forma simbolica richiesta per operare l'inferenza logica. Di quei passi intermedi si perdono le tracce, giacch attenzione e memoria operativa hanno capacit limitata. Alla fine, se la mente opera di solito secondo calcoli puramente razionali, si potrebbe scegliere in modo errato e vivere rammaricandosi dell'errore, o rinunciare a tentare, frustrati.
L'esperienza fatta con pazienti come Elliot suggerisce che la strategia fredda sostenuta da Kant (fra gli altri) ha molto pi a che vedere con il modo in cui pazienti colpiti da lesioni prefrontali si adoperano per decidere che con il modo di operare dei soggetti normali. Ovviamente, anche i ragionatori puri possono fare meglio di cos, aiutandosi con carta e matita: basta stendere un elenco di tutte le possibili opzioni e delle miriadi di scenari che se ne diramano, delle loro conseguenze, e cos via. (Sembra che Darwin suggerisse di fare cos, per scegliere la persona giusta da sposare). Ma, in tal caso, procuratevi un bel po' di carta e un temperamatite robusto, e non aspettatevi che gli altri abbiano la pazienza di seguirvi fino a che sarete giunti alla fine.
E' importante anche osservare che le pecche della prospettiva di buon senso vanno oltre la limitatezza della capacit di memoria. Come hanno dimostrato Amos Tversky e Daniel Kahneman, le strategie di ragionamento di per s sono disseminate di punti deboli - anche per chi disponga di carta e matita per fissare la conoscenza necessaria (4). Stuart Sutherland ha suggerito che una di tali debolezze risieda nella devastante ignoranza e nello scarso impiego, da parte degli esseri umani, della statistica e della teoria della probabilit (5). Tuttavia il nostro cervello sovente pu decidere bene in minuti o in frazioni di minuto, a seconda del quadro temporale che stabiliamo come appropriato per gli obiettivi che vogliamo conseguire; se cos , allora non  soltanto con la ragione pura che esso deve eseguire il suo mirabile compito. Occorre un'altra prospettiva.

- "L'ipotesi del marcatore somatico".

Si considerino di nuovo gli scenari da me delineati. I componenti chiave si dispiegano nella nostra mente in modo istantaneo, a grandi linee e pressoch in simultanea, con troppa rapidit perch i particolari possano essere nitidamente definiti. Ma ora si immagini che, prima di applicare un qualsiasi tipo di analisi costi/benefici alle premesse, e prima di cominciare a ragionare verso la soluzione del problema, accada qualcosa di molto importante: quando viene alla mente, sia pure a lampi, l'esito negativo connesso con una determinata opzione di risposta, si avverte una sensazione spiacevole alla bocca dello stomaco. Dato che ci riguarda il corpo, ho definito il fenomeno con il termine tecnico di stato "somatico"; e dato che esso contrassegna un'immagine, l'ho chiamato "marcatore". Si osservi ancora una volta che uso il termine somatico nel senso pi generale, e che quando faccio riferimento ai marcatori somatici includo sia sensazioni viscerali sia sensazioni non viscerali.
Che cosa fa il "marcatore somatico"? Esso forza l'attenzione sull'esito negativo al quale pu condurre una data azione, e agisce come un segnale automatico di allarme che dice: attenzione al pericolo che ti attende se scegli l'opzione che conduce a tale esito. Il segnale pu farvi abbandonare "immediatamente" il corso negativo d'azione e cos portarvi a scegliere fra alternative che lo escludono; vi protegge da perdite future, senza ulteriori fastidi, e in tal modo vi permette di "scegliere entro un numero minore di alternative". E' ancora possibile impiegare l'analisi costi/benefici e l'appropriata competenza deduttiva, ma solo "dopo" che il passo automatizzato ha ridotto drasticamente il numero di opzioni. Nel normale processo umano di decisione i marcatori somatici possono non essere sufficienti, poich in molti casi (seppure non in tutti) avr ancora luogo un successivo processo di ragionamento e decisione finale. I marcatori somatici rendono pi efficiente e preciso, con ogni probabilit, il processo di decisione, mentre la loro assenza riduce efficienza e precisione. Questa  una distinzione importante, anche se  facile che sfugga. L'ipotesi non riguarda i passi di ragionamento che seguono l'azione del marcatore somatico. In breve, "i marcatori somatici sono esempi speciali di sentimenti generati a partire dalle emozioni secondarie". Quelle emozioni e sentimenti "sono stati connessi, tramite l'apprendimento, a previsti esiti futuri di certi scenari". Quando un marcatore somatico negativo  giustapposto a un particolare esito futuro, la combinazione funziona come un campanello d'allarme; quando invece interviene un marcatore positivo, esso diviene un segnalatore di incentivi.
Qui sta l'essenza dell'ipotesi; ma per coglierne appieno la portata  opportuno procedere nella lettura: si scoprir, ad esempio, che all'occorrenza i marcatori somatici possono operare celati (cio senza emergere alla coscienza), e possono utilizzare un anello come se.
Essi non deliberano per noi; assistono il processo illuminando alcune opzioni (pericolose o promettenti) ed eliminandole presto dall'analisi successiva; li si pu vedere come un sistema di automatica qualificazione delle previsioni che opera - lo si voglia o no - valutando i pi diversi scenari del prevedibile futuro che si prospetta. Li si pu immaginare come dispositivi che attribuiscono un segno. Ad esempio, supponete che vi si prospetti un investimento ad altissimo rischio, ma che potrebbe comportare un guadagno insolitamente alto, e che vi si chieda di approvarlo o rifiutarlo in un tempo assai breve, e mentre siete distratti da altri problemi analoghi. Se il pensiero di procedere a tale investimento  accompagnato da uno stato somatico negativo, ci contribuir a farvi respingere quell'investimento e vi costringer a un esame pi minuzioso delle sue conseguenze potenzialmente nocive: lo stato negativo connesso con il futuro bilancia la seducente prospettiva di una rimunerazione forte e immediata.
La descrizione del marcatore somatico , cos, compatibile con la nozione che il comportamento personale e sociale efficace richiede che gli individui si formino teorie adeguate della propria e delle altrui menti. Su tale base  possibile prevedere quali teorie gli altri si stanno formando delle proprie, di menti; e ci con una precisione e una minuziosit che sono ovviamente essenziali quando ci si avvicina a una decisione critica in una situazione sociale. Ancora, immenso  il numero degli scenari in esame, e la mia idea  che i marcatori somatici (o qualcosa di simile) assistano il processo di cernita entro tale ricchezza di particolari - anzi, essi riducono il bisogno di cernita perch forniscono una rilevazione automatica dei componenti dello scenario che  pi probabile siano rilevanti. Dovrebbe risultare cos evidente l'associazione tra processi cosiddetti cognitivi e processi chiamati emotivi.
La descrizione generale qui esposta si applica anche alla scelta di azioni che hanno conseguenze immediate negative ma che generano esiti futuri positivi: ad esempio, tollerare sacrifici oggi per ottenere qualche beneficio pi avanti. Supponete che, per dare una svolta positiva alle fortune della vostra azienda in declino, voi e i vostri lavoratori dobbiate accettare da subito una riduzione degli stipendi e insieme un cospicuo aumento del numero di ore di lavoro. La prospettiva immediata  poco piacevole, ma il pensiero di un vantaggio futuro crea un marcatore somatico positivo, e ci vince la tendenza a decidere contro l'opzione immediatamente penosa. Il marcatore somatico positivo, che  innescato dall'immagine di un esito futuro buono, deve costituire la base per l'accettazione di una scelta spiacevole come premessa di un potenziale miglioramento. Altrimenti, resta inspiegabile come si possano accettare la chirurgia, il jogging, gli studi universitari o la scuola di medicina... Per pura forza di volont? E come spiegare, allora, la forza di volont? Questa attinge alla valutazione di una prospettiva, che non pu avere luogo se l'attenzione non  opportunamente convogliata sia sul disagio immediato sia sulla ricompensa futura, sulla sofferenza "di adesso" e insieme sulla gratificazione "a venire". Togliete quest'ultima, e avrete tolto ogni capacit sostentatrice alle ali della vostra forza di volont - quest'ultimo essendo solo un nome diverso per designare l'idea di scegliere in accordo con esiti a lungo anzich a breve termine.

[- "Una digressione sull'altruismo".

A questo punto  possibile vedere se la descrizione si applica alla maggior parte se non a tutte le decisioni usualmente classificate come altruistiche: i sacrifici che i genitori fanno per i propri figli, o che individui qualsiasi fanno per altri individui, o che i bravi cittadini una volta facevano per il re o per lo Stato - e che gli ultimi eroi del nostro tempo ancora fanno. Oltre al bene evidente che gli altruisti arrecano ad altri, vi  il bene che essi possono accumulare su di s nella forma di autostima, considerazione sociale, affetto e onori pubblici, prestigio, forse anche denaro. Alla prospettiva di una qualsiasi di tali ricompense pu accompagnarsi l'esaltazione (la cui base neurale io vedo come un marcatore somatico positivo), e senza dubbio ne pu seguire un rapimento ancora pi palpabile quando la prospettiva si fa realt. I comportamenti altruistici beneficiano chi li pratica anche in un altro modo, che qui  importante notare: essi preservano l'altruista dalle sofferenze e dai dolori futuri che sarebbero stati provocati dalle perdite o dalla vergogna per "non" essersi comportati in modo altruistico. Non solo l'idea di rischiare la vita per salvare quella di vostra figlia vi fa sentir bene, ma l'idea di non farlo e di perderla vi fa sentire assai peggio di quanto farebbe il rischio immediato. In altre parole, la valutazione ha luogo confrontando dolore immediato e premio futuro, e anche dolore immediato e pi grave dolore futuro. (Un esempio simile  l'accettare il rischio di combattere in guerra: nel passato, la struttura sociale nella quale si intraprendevano le guerre morali includeva un riconoscimento positivo per i sopravvissuti, vergogna e disonore per chi si fosse sottratto).
Significa, tutto ci, che non vi  vero altruismo? Corrisponde a una visione troppo cinica dell'animo umano? Io non lo credo. In primo luogo, l'autentico altruismo (o qualsiasi comportamento equivalente) ha a che fare con la relazione fra ci che noi "internamente" crediamo, sentiamo o ci ripromettiamo, e ci che "esternamente" dichiariamo di credere, di sentire o di riprometterci. La verit non riguarda le cause fisiologiche che ci fanno credere, sentire o proporci in un dato modo. Credenze, sentimenti e propositi sono il risultato di una variet di fattori radicati nel nostro organismo e nella cultura nella quale siamo stati immersi, anche se tali fattori possono essere remoti e possiamo non esserne consapevoli. Se ragioni neurofisiologiche o legate all'educazione fanno s che alcune persone siano oneste e generose, sia; non ne segue che la loro onest e generosit perdano merito. Inoltre, comprendere i meccanismi neurobiologici che stanno dietro alcuni aspetti della cognizione e del comportamento non ne riduce il valore, la bellezza o la dignit.
In secondo luogo, sebbene biologia e cultura determinino spesso, in modo diretto o indiretto, il nostro ragionamento e possa sembrare che limitino l'esercizio della libert individuale, va riconosciuto che gli esseri umani hanno qualche agio per tale libert, per volere e compiere azioni che possono andare contro la tessitura manifesta di biologia e cultura. Alcune sublimi conquiste umane scaturiscono dal rigetto di quello che biologia o cultura spingono gli individui a fare; esse sono l'affermazione di un nuovo livello dell'essere, nel quale si possono inventare nuovi artefatti e forgiare pi giusti modi di esistere. Tuttavia in certe circostanze la libert dai vincoli biologici e culturali pu anche essere un marchio di follia, pu nutrire le idee e gli atti del demente.]

- "Da dove provengono i marcatori somatici?".

Qual  la loro origine, in termini neurali? Come siamo arrivati a possedere questi dispositivi cos utili? Sono congeniti - e, se no, come sono scaturiti?
Si  visto nel capitolo precedente che siamo nati con l'armamentario neurale occorrente per generare stati somatici in risposta a certe classi di stimoli: l'armamentario delle emozioni primarie, che  intrinsecamente diretto a elaborare i segnali riguardanti il comportamento personale e sociale, e incorpora sin dall'inizio disposizioni ad accoppiare un grande numero di situazioni sociali con risposte somatiche adattative. Con questa concezione si accordano alcune risultanze relative a esseri umani normali, come pure le prove di schemi complessi di cognizione sociale in altri mammiferi e in uccelli (6). Ci nonostante, la maggioranza dei marcatori somatici che noi impieghiamo per decidere in modo razionale  stata probabilmente creata nel nostro cervello durante il processo di istruzione e socializzazione tramite la connessione di specifiche classi di stimoli con specifiche classi di stati somatici. In altre parole, si basano sul processo delle emozioni secondarie.
Lo sviluppo dei marcatori somatici adattativi richiede un cervello e una cultura normali; quando l'uno o l'altra sono in difetto sin dall'inizio,  improbabile che i marcatori somatici siano adattativi. Un esempio del primo tipo di deficit si pu riscontrare se non altro in alcuni pazienti affetti da una condizione nota come sociopatia dello sviluppo o psicopatia. Tali soggetti ci sono ben noti dalla cronaca: essi rubano, violentano, uccidono, mentono. Spesso sono individui di intelletto vivace. La soglia alla quale le loro emozioni entrano in gioco (se entrano in gioco)  talmente alta da farli apparire imperturbabili; per loro esplicita ammissione, essi sono insensibili e noncuranti degli altri: la perfetta rappresentazione della freddezza che viene sempre raccomandata per riuscire a fare, all'occorrenza, la cosa giusta. A sangue freddo, e con svantaggio di tutti (anche proprio), essi ripetono i loro crimini. Sono, in effetti, un altro esempio di uno stato patologico nel quale un declino della razionalit  accompagnato da riduzione o assenza del sentimento. E' certamente possibile che la psicopatia scaturisca da una disfunzione all'interno del medesimo sistema complessivo che era menomato in Gage, a livello corticale o subcorticale. Ma anzich derivare da un manifesto danno macroscopico sopravvenuto in et adulta, la menomazione degli psicopatici scaturirebbe da anormalit delle connessioni e dei segnali chimici, e inizierebbe in uno stadio precoce dello sviluppo. Comprenderne la neurobiologia potrebbe condurre a forme di prevenzione o di terapia; potrebbe anche contribuire a farci capire in quale misura i fattori sociali interagiscono con quelli biologici per aggravare la condizione o farla comparire pi di frequente, e gettare un po' di luce su stati che possono essere all'apparenza simili e tuttavia dipendere in larga misura da fattori socioculturali.
Quando (come nel caso di Gage) il meccanismo neurale che specificamente regge l'edificazione e il dispiegamento dei marcatori somatici viene danneggiato in et adulta, il dispositivo del marcatore somatico cessa di operare in modo corretto, anche se fino a quel momento  stato normale. Per descrivere una parte dei comportamenti di tali soggetti io uso il termine di sociopatia acquisita, come notazione abbreviata e con riserva; peraltro tra i miei pazienti e i sociopatici vi sono svariate differenze non ultimo il fatto che di rado i miei pazienti manifestano violenza.
Sul sistema di ragionamento di un "adulto" normale gli effetti di una cultura malata sembrano essere meno vistosi di quelli di una lesione cerebrale in un'area focale; ma vi sono diversi controesempi. In Germania e in Unione Sovietica durante gli anni Trenta e Quaranta, in Cina durante la Rivoluzione culturale e in Cambogia durante il regime di Pol Pot (per menzionare solo i casi pi evidenti), una cultura malata prevalse su un presumibilmente normale andamento della ragione, con conseguenze disastrose. Io temo che anche settori piuttosto grandi della societ occidentale si stiano gradualmente avviando a costituire altri tragici controesempi.
Cos i marcatori somatici vengono acquisiti attraverso l'esperienza, sotto il controllo di un sistema di preferenze interne e sotto l'influenza di un insieme esterno di circostanze che comprende non solo entit ed eventi con i quali l'organismo deve interagire, ma anche convenzioni sociali e norme etiche.
La base neurale del sistema di preferenze interne consiste di disposizioni regolatrici per lo pi innate, poste per assicurare la sopravvivenza dell'organismo. La conquista della sopravvivenza coincide con la riduzione massima degli stati somatici insoddisfacenti e con il raggiungimento di stati omeostatici, cio stati biologici funzionalmente in equilibrio. Il sistema di preferenze interno  intrinsecamente orientato a evitare il dolore e cercare il potenziale piacere; probabilmente esso  presintonizzato per conseguire tali obiettivi in situazioni sociali.
L'insieme esterno di circostanze abbraccia le entit, l'ambiente fisico e gli eventi rispetto ai quali l'individuo deve agire; le possibili scelte di azione; i possibili esiti futuri di queste; la punizione o la ricompensa che accompagnano una data azione (subito o con un certo ritardo) come esiti del dispiegarsi dell'azione scelta. Nelle prime fasi dello sviluppo, punizione e ricompensa vengono somministrate non solo dalle entit stesse, ma anche da genitori, anziani e pari, i quali incarnano l'etica e le convenzioni sociali della cultura cui l'organismo appartiene. L'interazione tra i due sistemi estende il repertorio di stimoli che diverranno automaticamente marcati.
Senza dubbio  nell'infanzia e nell'adolescenza che si acquisisce l'insieme critico, formativo, di stimoli per l'appaiamento somatico; ma l'accumulo di stimoli somaticamente marcati cessa solo con il cessare della vita, e quindi  corretto descriverlo come un processo di apprendimento continuo.
A livello neurale, i marcatori somatici dipendono dall'apprendimento all'interno di un sistema che pu collegare certe categorie di entit o di eventi con il formarsi di uno stato corporeo, piacevole o spiacevole. Va detto che  importante non restringere il significato di punizione o ricompensa, in interazioni sociali che si evolvono: la mancanza di ricompensa pu costituire punizione e risultare spiacevole, cos come la mancanza di punizione pu costituire ricompensa e dare grande piacere. Il fattore decisivo  il tipo di stato somatico e di sentimento prodotto in un dato individuo a un dato momento della sua storia e in una data situazione.
Quando alla scelta dell'opzione X, che porta all'esito cattivo Y, fa seguito la punizione, e quindi stati corporei dolorosi, il sistema dei marcatori somatici acquisisce la rappresentazione disposizionale nascosta di tale connessione arbitraria, non ereditata, guidata dall'esperienza. Una nuova esposizione dell'organismo all'opzione X, o il pensare all'esito Y, avranno ora il potere di rappresentare di nuovo lo stato corporeo doloroso, servendo cos da promemoria automatico delle cattive conseguenze a venire.
Quanto detto costituisce una semplificazione spinta, che per coglie il processo di base quale io lo vedo. I marcatori somatici possono operare in modo celato (non occorre che siano percepiti a livello conscio) e possono adempiere altre utili funzioni, oltre a segnalare Pericolo! o Via libera!.

- "Una rete neurale per i marcatori somatici".

Il sistema neurale critico ai fini dell'acquisizione dei marcatori somatici emettitori di segnali si trova nelle cortecce prefrontali, dove  in buona misura coestensivo con il sistema che  critico per le emozioni secondarie. Per ragioni che espongo qui di seguito, la posizione neuroanatomica delle cortecce prefrontali  quella ideale, per lo scopo indicato.
In primo luogo, le cortecce prefrontali ricevono segnali da tutte le regioni sensitive nelle quali si formano le immagini che costituiscono i nostri pensieri, comprese le cortecce somatosensitive nelle quali sono rappresentati in continuit gli stati corporei passati e presenti. Le cortecce prefrontali ricevono i segnali (che possono scaturire da percezioni riferite al mondo esterno, o da pensieri riguardo al mondo esterno, o da eventi del corpo) e ci  vero per tutti i loro settori separati, poich i vari settori frontali sono mutuamente interconnessi, nell'mbito della regione frontale. Quindi le cortecce prefrontali contengono alcune delle poche regioni cerebrali che sono al corrente di segnali riguardanti tutte, o quasi, le attivit che si svolgono nel corpo o nella mente, in un qualunque momento (7). (Le cortecce prefrontali non sono le uniche postazioni di sorveglianza; un'altra  la corteccia entorinale, la porta di accesso all'ippocampo).
In secondo luogo, le cortecce prefrontali ricevono segnali da diversi settori bioregolatori del cervello umano: tra questi, i nuclei neurotrasmettitori nel midollo allungato (ad esempio, quelli che distribuiscono la dopamina, la norepinefrina e la serotonina), come pure l'amigdala, il cingolato anteriore e l'ipotalamo. Si potrebbe dire che le cortecce prefrontali ricevono messaggi da tutto il personale del Bureau of Standards and Measures. Tali segnali convogliano alle cortecce prefrontali le preferenze innate dell'organismo, legate alla sua sopravvivenza (il suo sistema di valori biologico, potremmo dire) e sono, cos, parte integrante dell'apparato di ragionamento e decisione.
In effetti i settori prefrontali si trovano in una posizione privilegiata, tra i vari sistemi cerebrali. Le loro cortecce ricevono segnali riguardo alla conoscenza fattuale (esistente e in arrivo) relativa al mondo esterno; riguardo alle preferenze regolatrici biologiche innate; riguardo allo stato corporeo, precedente e presente, modificato di continuo da quella conoscenza e da quelle preferenze. Non fa meraviglia, quindi, che essi siano cos fortemente implicati nel processo che affronter tra poco: la categorizzazione delle nostre esperienze di vita in accordo con molte dimensioni contingenti.
In terzo luogo, le stesse cortecce prefrontali rappresentano categorizzazioni delle situazioni nelle quali l'organismo  stato coinvolto, classificazioni delle circostanze della nostra esperienza di vita. Ci significa che le reti prefrontali stabiliscono rappresentazioni disposizionali per certe combinazioni di cose e di eventi dell'esperienza di ciascuno, in accordo con la rilevanza che hanno per il soggetto. Spieghiamolo con un esempio. L'incontro con un certo tipo di persona, simpatica ma autoritaria, pu essere stato seguto da una situazione nella quale vi siete sentiti sminuiti o, al contrario, rafforzati; l'essere costretti ad accettare un ruolo di preminenza pu avervi spinto a dare il meglio, o il peggio; un soggiorno in campagna pu avervi reso malinconici, mentre la vista dell'oceano vi fa diventare incurabilmente romantici. In ognuno di questi casi, il vostro vicino pu avere avuto l'esperienza esattamente opposta, o almeno un'esperienza diversa. E' qui che si applica la nozione di "contingenza":  una cosa vostra, connessa con la vostra esperienza, relativa a eventi che variano da persona a persona. L'esperienza che voi, il vostro vicino o io abbiamo avuto con pomi d'ottone o manici di scopa pu essere meno contingente, perch la struttura e il funzionamento di entit come queste sono nel complesso coerenti e prevedibili.
Le zone di convergenza ubicate nelle cortecce prefrontali sono cos il magazzino delle rappresentazioni disposizionali per le evenienze - opportunamente categorizzate e uniche - della vostra esperienza di vita. Se io vi chiedo di pensare a matrimoni, quelle rappresentazioni disposizionali prefrontali si impadroniscono di tale categoria e possono ricostruire diverse scene nuziali nel vostro spazio mentale delle immagini. (Si ricordi che, sul piano neurale, la ricostruzione non avviene nelle cortecce prefrontali, ma piuttosto in varie cortecce sensitive di ordine inferiore, dove possono formarsi le rappresentazioni topograficamente organizzate). Se vi chiedessi di pensare a matrimoni ebraici, o cattolici, potreste essere in grado di ricostruire gli appropriati insiemi di immagini categorizzate, e concettualizzare l'uno piuttosto che l'altro tipo di matrimonio; potreste anche aggiungere se vi piacciono i matrimoni, quale tipo di cerimonia nuziale vi piace di pi, e cos via.
L'intera regione prefrontale sembra dedicata a categorizzare le evenienze nella prospettiva di una rilevanza personale. E' quanto  stato stabilito per la prima volta con riferimento al settore dorsolaterale nei lavori di Brenda Milner e Michael Petrides e di Joaquim Fuster (8). Le ricerche compiute nel mio laboratorio non solo confermano tali osservazioni, ma suggeriscono che altre strutture frontali, nei settori ventromediano e del polo frontale, sono non meno cruciali per il processo di categorizzazione.
Per fare previsioni e programmi bisogna produrre una ricchezza di scenari di esiti futuri; le evenienze categorizzate ne costituiscono la base. Il nostro ragionare tiene conto di obiettivi e di scale temporali per la messa in atto di tali obiettivi: occorre una grande abbondanza di conoscenze categorizzate su scala personale, se si vuole prevedere il dispiegarsi e l'esito di scenari relativi a obiettivi specifici e in quadri temporali appropriati.
E' probabile che domni diversi di conoscenza siano categorizzati in settori prefrontali diversi. Il dominio bioregolatore e sociale sembra dotato di un'affinit per i sistemi del settore ventromediano, mentre ai sistemi della regione dorsolaterale sembrano competere i domni che includono la conoscenza del mondo esterno (entit quali oggetti e persone, le loro azioni nello spazio-tempo; il linguaggio; la matematica e la musica).
Vi  una quarta ragione che rende le cortecce prefrontali idealmente adatte a partecipare al ragionamento e alla decisione: esse sono direttamente connesse con ogni percorso di risposta chimica e motoria presente nel cervello. I settori dorsolaterale e mediano superiore possono attivare le cortecce premotorie e, da qui, portare in linea la cosiddetta corteccia motoria primaria (M1), l'area motoria supplementare (M2) e la terza area motoria (M3) (9). Parimenti,  accessibile alle cortecce prefrontali l'apparato motorio subcorticale dei gangli basali. Ultima considerazione, ma non meno importante: le cortecce prefrontali ventromediane mandano segnali agli effettori del sistema nervoso autonomo e possono suscitare risposte chimiche associate all'emozione, fuori dell'ipotalamo e del midollo allungato. Il primo a dimostrarlo  stato il neuroanatomista Walle Nauta, e la dimostrazione non giunse per caso: tra i neuroscienziati, Nauta era quello che assegnava la pi grande importanza all'informazione viscerale nei processi cognitivi. In conclusione, le cortecce prefrontali (e in particolare il loro settore ventromediano) sono idealmente adatte ad acquisire un legame a tre vie fra i segnali implicati con particolari tipi di situazioni: i differenti modi e pesi dello stato corporeo che sono stati associati a certi tipi di situazioni nell'esperienza individuale, e gli effettori di quegli stati corporei. Scambi in su e in gi si accompagnano armoniosamente, in tali cortecce.

- "Il teatro dei marcatori somatici  nel corpo o nel cervello?"

Alla luce di quanto finora detto sulla fisiologia delle emozioni, ci si aspetterebbe non un solo meccanismo per il processo del marcatore somatico, ma due. In virt del meccanismo di base, le cortecce prefrontali e l'amigdala impegnano il corpo ad assumere un particolare profilo di stato, il cui risultato viene quindi segnalato alla corteccia somatosensitiva, seguto e reso conscio. Nel meccanismo alternativo, il corpo viene aggirato: le cortecce prefrontali e l'amigdala semplicemente dicono alla corteccia somatosensitiva di organizzarsi secondo l'esplicito schema di attivit che essa avrebbe assunto se il corpo fosse stato posto nello stato deliberato e dal basso fossero giunti i segnali corrispondenti. La corteccia somatosensitiva opera come se stesse ricevendo segnali riguardo a un particolare stato corporeo, e per quanto lo schema di attivit come se non possa essere esattamente lo stesso che se fosse generato da uno stato corporeo reale, pure esso pu ancora influenzare la decisione. I meccanismi come se sono un risultato dello sviluppo. E' probabile che, via via che venivamo socialmente sintonizzati, durante l'infanzia e l'adolescenza, la maggior parte dei nostri processi di decisione venisse plasmata da stati somatici correlati con punizioni e ricompense. Ma con il procedere verso la maturit, e con il ripetersi di situazioni che venivano categorizzate, diminuiva il bisogno di fondarsi su stati somatici per ogni circostanza in cui c'era da prendere una decisione, e si sviluppava un altro livello di automazione, pi vantaggioso. Prendevano l'avvio strategie di decisione dipendenti in parte da simboli di stati somatici, ed  una questione empirica di grande importanza stabilire in quale misura noi dipendiamo da tali simboli come se, piuttosto che dalla occorrenza reale. Io credo che tale dipendenza sia molto variabile, da persona a persona e da argomento ad argomento: l'elaborazione simbolica pu essere vantaggiosa oppure deleteria, a seconda delle circostanze e dell'oggetto.

- "Marcatori somatici manifesti o celati".

Il marcatore somatico in s ha pi di una via di azione: ne ha una attraverso la coscienza e una fuori della coscienza. Indipendentemente dal fatto che gli stati corporei siano reali o fittizi (come se), il corrispondente schema neurale pu essere reso conscio e costituire un sentimento. Tuttavia, anche se molte scelte importanti coinvolgono i sentimenti, un buon numero delle nostre decisioni quotidiane sembra procedere facendone a meno. Questo non significa che non ha avuto luogo la valutazione che di norma conduce a uno stato corporeo, o che lo stato corporeo (o il suo surrogato fittizio) non  stato impegnato; o che non  stato attivato il sottostante apparato disposizionale di regolazione. Molto semplicemente, pu darsi che uno stato corporeo segnale (o il suo surrogato) sia stato attivato ma non sia divenuto il centro dell'attenzione. Senza attenzione, n l'uno n l'altro sar parte della coscienza, anche se l'uno o l'altro pu essere parte di un'azione non manifesta sui meccanismi che governano, senza alcun controllo volontario, i nostri atteggiamenti appetitivi (avvicinamento) o avversivi (allontanamento) rispetto all'ambiente. Il sottostante apparato nascosto  stato attivato, ma la nostra coscienza non lo sapr mai. Per di pi, l'avvio dell'attivit da parte dei nuclei neurotrasmettitori (che ho descritto come una parte della risposta emotiva) pu orientare i processi cognitivi in modo nascosto e cos influenzare il ragionamento e la decisione.
Con il dovuto rispetto per gli esseri umani, e con tutte le cautele che sempre richiedono i confronti tra specie diverse,  manifesto che, negli organismi i cui cervelli non forniscono ragionamento e coscienza, al centro dell'apparato di decisione si trovano meccanismi celati, che sono un mezzo per costruire previsioni di esito e orientare i dispositivi di azione dell'organismo affinch esso si comporti in un dato modo - il che all'osservatore esterno pu sembrare una scelta. Con ogni probabilit,  cos che le api operaie decidono su quali fiori posarsi. Non sto qui suggerendo che nel profondo del cervello di ciascuno di noi vi sia un cervello d'ape che prende le nostre decisioni: l'evoluzione non  la grande catena dell'essere, ma ha imboccato molte strade distinte, una delle quali ha condotto agli esseri umani. Credo, per, che sia molto proficuo studiare in qual modo organismi pi semplici eseguano compiti che sembrano intricati disponendo di mezzi neurali modesti; forse alcuni meccanismi dello stesso tipo operano anche in noi. Tutto qui.

[- "Honeysuckle rose!"

You're confection, goodness knows, honeysuckle rose: cos suonano le parole di un vecchio motivo jazz di Fats Waller, e cos va il destino dell'ape laboriosa. Il successo riproduttivo, e in definitiva la sopravvivenza di una colonia di api, dipendono dall'esito dell'approvvigionamento di nettare da parte delle operaie; se il lavoro di queste non riesce a raccoglierne abbastanza, non vi sar miele, le risorse energetiche andranno declinando e lo stesso accadr alla colonia.
Le api operaie sono munite di un apparato visivo che consente loro di distinguere il colore dei fiori; inoltre dispongono di un apparato motorio grazie al quale possono volare e posarsi. Studi recenti hanno dimostrato che le api operaie imparano, dopo poche visite a fiori variamente colorati, a riconoscere quali  pi verosimile che contengano il nettare di cui esse vanno in cerca. E' chiaro, quindi, che all'aperto esse non si posano su tutti i fiori per vedere se in ciascuno vi  nettare; si comportano come se prevedessero quali fiori pi probabilmente ne conterranno, e su questi si posano pi di frequente. Leslie Real, che ha studiato sperimentalmente il comportamento del bombo operaio ("Bombus pennsylvanicus"), cos afferma: Sembra che i bombi si costruiscano delle probabilit sulla base della frequenza con cui si imbattono in tipi differenti di stati di ricompensa; cominciano senza alcuna stima a priori di possibilit (10). Come fanno le api, con il loro modesto sistema nervoso, a produrre un comportamento che suggerisce con forza l'esistenza di una ragione alta, e sembra indicare l'impiego di conoscenza, teoria della probabilit e strategie di ragionamento orientate verso un traguardo?
La risposta  che la deliberazione viene raggiunta, a quanto sembra, disponendo di un sistema semplice ma potente che  in grado di fare le seguenti cose: in primo luogo, di avvertire stimoli che sono posti in modo innato come positivi e quindi costituiscono un rinforzo; in secondo luogo, di rispondere alla presenza (o alla mancanza) di ricompensa con una inclinazione che pu influenzare il sistema motorio verso un particolare comportamento (ad esempio, posarsi o no), quando nel campo visivo si presenta la situazione che ha prodotto (o no) il rinforzo (ad esempio, un fiore di un certo colore). Di recente Montague, Dayan e Sejnowski hanno proposto un modello per tale sistema impiegando dati sia comportamentali sia neurobiologici (11).
Le api hanno un sistema neurotrasmettitore non specifico che probabilmente fa uso di octopamina e che non  dissimile dal sistema della dopamina nei mammiferi. Quando viene avvertita la ricompensa (nettare), il sistema non specifico pu mandare segnali sia al sistema visivo sia a quello motorio, e quindi modificarne il comportamento di base. Ne risulta che alla prossima occasione in cui si presenta alla vista il colore che era associato alla ricompensa (il giallo, supponiamo), il sistema motorio  incline al posarsi sul fiore giallo, ed  allora probabile che l'ape vi trovi il nettare. In effetti l'ape sta compiendo una scelta, non consapevolmente n deliberatamente, bens impiegando un dispositivo automatico che incorpora valori naturali specifici - una preferenza. Secondo Real, devono essere presenti due aspetti fondamentali della preferenza: Un guadagno atteso alto sar preferito a un guadagno atteso basso; un rischio basso sar preferito a un rischio alto. Per inciso, considerata la piccola capacit di memoria dell'ape (che ha solo una memoria a breve termine, e nemmeno molto ampia), il campionamento sulla base del quale opera il sistema di preferenza deve essere estremamente modesto. Basteranno, a quanto sembra, non pi di tre visite.
Ancora, non voglio qui suggerire che tutte le nostre decisioni provengono da un cervello d'ape nascosto; ma  importante sapere che un dispositivo semplice come quello descritto pu eseguire un esercizio cos complicato.]

- "Intuizione".

Agendo a un livello conscio, gli stati somatici (o i loro surrogati) marcherebbero gli esiti delle risposte come positivi o negativi, e ci condurrebbe a evitare o a perseguire, in modo deliberato, una data opzione di risposta. Ma essi possono anche operare in modo non manifesto, cio fuori della coscienza. Le immagini esplicite relative a un esito negativo verrebbero, s, generate; ma invece di produrre un cambiamento percepibile dello stato corporeo esse inibirebbero i circuiti neurali di regolazione siti nel nucleo del cervello, che mediano i comportamenti appetitivi, o di avvicinamento. Con l'inibizione della tendenza ad agire, o con l'effettiva intensificazione della tendenza a ritrarsi, verrebbero ridotte le possibilit di una decisione potenzialmente negativa. Quanto meno, si avrebbe un guadagno di tempo, durante il quale una deliberazione conscia potrebbe accrescere la probabilit di prendere una decisione appropriata - se non la pi appropriata. Inoltre, potrebbe in definitiva essere eliminata un'opzione negativa, oppure una fortemente positiva potrebbe essere resa pi probabile dall'intensificazione dell'impulso ad agire. Questo meccanismo celato sarebbe la fonte di ci che noi chiamiamo intuizione: quel misterioso processo attraverso il quale arriviamo a risolvere un problema senza ragionarvi su.
Il ruolo dell'intuizione nel processo complessivo del decidere  bene espresso da un passaggio del matematico Henri Poincar, in pieno accordo con il quadro che io ho in mente:
Infatti, che cos' la creazione matematica? Essa non consiste nel produrre nuove combinazioni di entit matematiche gi note; questa  cosa che chiunque potrebbe fare, ma le combinazioni cos prodotte sarebbero in numero infinito, e per lo pi prive di ogni interesse. Creare consiste esattamente nel non produrre combinazioni inutili e nel produrre quelle che sono utili, e che sono una piccola minoranza. L'invenzione  discernimento, scelta.
Ho spiegato in precedenza come si operi tale scelta: i fatti matematici degni di essere studiati sono quelli che, in virt della loro analogia con altri fatti, sono capaci di condurci alla conoscenza di una legge matematica, proprio come i fatti sperimentali ci portano alla conoscenza di una legge fisica. Sono quelli che ci rivelano parentele insospettate tra altri fatti, gi noti da tempo, ma erroneamente creduti estranei gli uni agli altri.
Tra le combinazioni scelte, le pi feconde spesso saranno quelle formate da elementi tratti da domni assai distanti. Non intendo, con questo, che per l'invenzione basti mettere assieme oggetti quanto pi possibile disparati: la maggior parte delle combinazioni cos formate sarebbe del tutto sterile. Ma alcune di queste combinazioni, molto rare, sono le pi fruttuose.
Ho detto che inventare  scegliere; ma il termine, forse, non  completamente esatto. Esso fa pensare a un acquirente dinanzi al quale si dispieghi un gran numero di esemplari e che li esamini, l'uno dopo l'altro, per operare una scelta. Nel nostro caso gli esemplari sarebbero cos numerosi che non basterebbe una vita intera, per esaminarli tutti. In realt le cose non stanno cos. Le combinazioni sterili neppure si presentano, alla mente dell'inventore. Mai, nel dominio della sua coscienza, si manifestano combinazioni che non siano davvero utili, salvo alcune che egli rigetta ma che hanno qualche apparenza di utilit. Le cose procedono come se l'inventore fosse un esaminatore di secondo grado, incaricato di interrogare soltanto i candidati che hanno gi superato un precedente esame (12).
La prospettiva di Poincar  simile a quella da me suggerita. Non  necessario applicare il ragionamento all'intero campo delle possibili opzioni, poich ha luogo una preselezione - a volte celata, a volte aperta. C' un meccanismo biologico che effettua la preselezione, esamina i candidati e consente solo ad alcuni di presentarsi all'esame finale. E si noti che la mia proposta vale, prudenzialmente, per il dominio personale e per quello sociale (per i quali vi sono elementi a sostegno), anche se le parole di Poincar suggeriscono che potrebbe essere estesa ad altri domni.
Qualcosa di analogo ha sostenuto il fisico e biologo Leo Szilard: Lo scienziato creativo ha molto in comune con l'artista e con il poeta. Pensiero logico e capacit analitica sono attributi necessari dello scienziato, ma non bastano certo per un lavoro creativo. Nella scienza, le intuizioni che hanno portato a un progresso non sono logicamente derivate da conoscenze preesistenti: i processi creativi su cui si basa il progresso della scienza operano al livello del subconscio (13). Jonas Salk ha sviluppato con solide argomentazioni il medesimo punto di vista proponendo che la creativit poggi su un amalgama di intuizione e ragione (14).

- "Il ragionamento fuori del dominio personale e di quello sociale".

Nel mio giardino, uno scoiattolo si arrampica su un albero per sfuggire al gatto nero del mio vicino; non ha ragionato molto, per agire cos. Lo scoiattolo non ha pensato alle varie opzioni, per calcolare costi e vantaggi di ciascuna; ha visto il gatto,  stato scosso da uno stato corporeo ed  balzato via. Lo guardo, mentre se ne sta tutto raccolto su un solido ramo del pino, e posso vedere che il cuore gli batte forte in petto, mentre la coda si muove a scatti, al ritmo nervoso della sua paura. Ha avuto una forte emozione e ora  sconvolto.
L'evoluzione  parsimonioso bricolage: nei cervelli di numerose specie, essa ha potuto disporre di meccanismi di decisione basati sul corpo e orientati alla sopravvivenza, che si sono dimostrati proficui in una variet di nicchie ecologiche. Via via che aumentavano le contingenze ambientali e che si evolvevano nuove strategie di decisione, sarebbe stato economicamente giustificato che le strutture cerebrali occorrenti per tali nuove strategie mantenessero un legame funzionale con quelle che le avevano precedute. Il loro scopo (la sopravvivenza)  lo stesso, e sono gli stessi anche i parametri che ne controllano il funzionamento e ne misurano il successo: benessere, assenza di dolore. Numerosissimi esempi dimostrano che la selezione naturale opera proprio cos: conservando ci che funziona, selezionando altri dispositivi che possono fronteggiare una maggiore complessit, solo di rado facendo evolvere da zero meccanismi interamente nuovi.
E' plausibile che un sistema adeguato a produrre marcatori e segnali per guidare le risposte personali e sociali sia stato cooptato per contribuire alle altre decisioni. L'apparato che vi aiuta a decidere chi assistere vi aiuterebbe anche a progettare una casa il cui scantinato non possa allagarsi. Naturalmente, non sar necessario che i marcatori somatici siano percepiti come sentimenti; ma essi agirebbero ancora nascostamente - nella forma di un meccanismo di attenzione - per gettare luce su alcuni componenti piuttosto che su altri, e per controllare in effetti i segnali (vai, frmati, cambia direzione) necessari ad alcuni aspetti della pianificazione e della decisione nei domni non personale e non sociale. Questo sembra il tipo di marcatore generale che Tim Shallice ha proposto per la decisione, anche se egli non ha specificato un meccanismo neurofisiologico per i suoi marcatori (Shallice espone alcune considerazioni su una possibile somiglianza in un suo articolo recente) (15). La fisiologia sottostante potrebbe essere la stessa: segnalazione a base corporea, conscia o no, grazie alla quale  possibile mettere a fuoco l'attenzione.
In una prospettiva evoluzionistica, il pi antico dispositivo di decisione attiene alla regolazione biologica di base; quello successivo, al regno personale e sociale; il pi recente, a un insieme di operazioni astratte e simboliche tra le quali si possono trovare il ragionamento scientifico, quello artistico, quello utilitaristico-ingegneristico, gli sviluppi del linguaggio e della matematica. Ma anche se ere di evoluzione e di sistemi neurali dedicati possono conferire una certa indipendenza a ognuno di questi moduli di ragionamento/decisione, io credo che essi siano tutti interdipendenti. Quando vediamo segni di creativit negli esseri umani di oggi, stiamo probabilmente assistendo all'operare integrato di svariate combinazioni di tali dispositivi.

- "L'aiuto dell'emozione, per il meglio e per il peggio".

Il lavoro di Amos Tversky e Daniel Kahneman dimostra che il ragionamento oggettivo da noi impiegato nelle decisioni quotidiane  assai meno efficace di quanto sembri, e di quanto dovrebbe essere (16). Detto pi alla buona, le nostre strategie di ragionamento sono difettose, e Stuart Sutherland tocca un tasto importante quando parla dell'irrazionalit come di un nemico dentro (17). Ma anche se le nostre strategie di ragionamento fossero perfettamente accordate, sembra che non potrebbero cavarsela troppo bene con l'incertezza e la complessit dei problemi personali e sociali. I fragili strumenti della razionalit hanno bisogno di un'assistenza speciale.
Peraltro, il quadro  anche pi complicato di quanto io abbia esposto finora. Credo, certo, che per assistere la ragione fredda occorra un meccanismo basato sul corpo; ma  anche vero che alcuni di quei segnali a base corporea possono menomare la qualit del ragionamento. Riflettendo sulle ricerche di Kahneman e Tversky, vedo alcuni fallimenti della razionalit come dovuti non solo a una fondamentale debolezza di calcolo, ma anche all'influenza di impulsi biologici quali obbedienza, acquiescenza, il desiderio di preservare la stima di s, che spesso si manifestano come emozioni e sentimenti. Ad esempio, la maggior parte delle persone ha pi paura di volare che di andare in auto, a dispetto di ogni calcolo razionale del rischio, da cui risulta in modo inequivocabile come sia di gran lunga pi probabile sopravvivere a un volo anzich a un viaggio in auto tra le due medesime citt: c' una differenza, a favore del volo, di svariati ordini di grandezza, e tuttavia la maggioranza si sente pi sicura facendo quel viaggio in auto piuttosto che in aereo. Il ragionamento cade in difetto per quello che si chiama errore di disponibilit che, secondo il mio punto di vista, consiste nel permettere che l'immagine di un disastro aereo, con tutto il suo carico emotivo, domini il paesaggio del ragionamento, generando un'inclinazione negativa verso quella che  la scelta corretta. Questo esempio pu sembrare in contrasto con il mio argomento principale; ma non e cos. Esso mostra che emozioni e pulsioni biologiche possono, chiaramente, influenzare la decisione, e suggerisce che l'influenza negativa basata sul corpo, per quanto in disaccordo con le statistiche,  comunque orientata alla sopravvivenza: infatti,  pur vero che ogni tanto qualche aereo precipita, e agli incidenti aerei sopravvivono meno persone che agli incidenti d'auto.
Ma se pulsioni biologiche ed emozione in alcune circostanze possono dare origine a irrazionalit, in altre esse sono indispensabili. Le pulsioni biologiche e i meccanismi automatici di marcatore somatico che su di esse si fondano sono essenziali per alcuni comportamenti razionali, soprattutto nel dominio personale e in quello sociale; d'altra parte a volte possono essere assai nocive a una decisione razionale, generando una forte inclinazione negativa verso fatti oggettivi, o anche interferendo con meccanismi di supporto della decisione, come la memoria operativa.

Un esempio tratto dalla mia esperienza personale contribuir a chiarire ancora meglio quanto detto. Non molto tempo fa, venne nel nostro laboratorio un paziente con una lesione in posizione prefrontale ventromediana. Era una fredda giornata d'inverno, era caduta pioggia mista a neve e le strade erano coperte da una sottile patina di ghiaccio che rendeva assai rischiosa la guida. Cos, quando egli fu arrivato, al volante della propria auto, gli chiesi se avesse avuto problemi a guidare su quel fondo stradale. La risposta fu pronta e serena: non aveva avuto problemi, non pi del solito, salvo un po' di attenzione nel seguire le procedure che vanno osservate per la guida sul ghiaccio. Poi il paziente mi descrisse in breve alcune di tali procedure, opportune e razionali, e mi disse di aver visto che alcune automobili e alcuni camion erano finiti fuori strada per non averle seguite. Anzi, proprio la vettura che procedeva davanti alla sua era andata a fermarsi in un fossato, dopo un paio di vistose sbandate, perch la guidatrice era capitata su un tratto ghiacciato, l'auto era slittata e la donna, invece di manovrare con dolcezza per evitare il testa-coda, si era fatta prendere dal panico e aveva frenato bruscamente. Il mio paziente, invece, all'apparenza per nulla turbato dalla scena, aveva superato solo un istante dopo lo stesso tratto ghiacciato guidando con tutta calma e proseguendo senza alcun inconveniente; e con la medesima calma ora mi raccontava l'episodio.
Non v' dubbio che in questo caso l'assenza di un meccanismo normale di marcatore somatico sia stata molto vantaggiosa. La maggior parte di noi avrebbe dovuto fare ricorso a una decisione deliberata e forzante per impedirsi di piantare una vigorosa frenata, per non provare panico - o una totale solidariet nei confronti della sfortunata guidatrice davanti a noi. Quindi i meccanismi automatici di marcatore somatico possono anche essere molto perniciosi, per il nostro comportamento; in alcune circostanze, la loro assenza pu essere vantaggiosa.
La scena ora si apre sul giorno successivo. Sto parlando con il medesimo paziente per fissare la sua prossima venuta in laboratorio, e gli suggerisco due date, a pochi giorni di distanza l'una dall'altra. Il paziente tira fuori l'agenda e comincia a scorrerla. Il comportamento che segue (e del quale possono testimoniare diversi ricercatori, che erano presenti alla scena)  straordinariamente interessante. Per quasi mezz'ora il mio paziente va avanti a elencare ragioni pro e contro la scelta dell'una o dell'altra data: precedenti impegni, altri appuntamenti in ora troppo ravvicinata a quella della visita, evoluzione delle condizioni meteorologiche - tutto, o quasi, quello che si potrebbe ragionevolmente pensare a proposito di un appuntamento. Con la stessa imperturbabilit mostrata guidando sul ghiaccio, e poi riferendo l'episodio al quale aveva assistito, egli ora ci conduce attraverso una spossante analisi costi/benefici, una descrizione interminabile e uno sterile confronto di opzioni e di possibili conseguenze. Ci vuole un enorme sforzo di autocontrollo per stare ad ascoltarlo senza picchiare un pugno sul tavolo e gridargli di smetterla; alla fine, riusciamo a interromperlo e a suggerirgli, con calma, di venire nel secondo dei due giorni possibili. Con altrettanta calma, e con prontezza, egli risponde: Va bene, si rimette in tasca l'agendina e se ne va.
Ecco un bell'esempio dei limiti della ragione pura; e anche un bell'esempio delle dannose conseguenze che comporta la mancanza di meccanismi automatici di decisione. Un meccanismo automatico di marcatore somatico sarebbe stato certo d'aiuto al paziente, e per diverse ragioni. Per cominciare, gli avrebbe consentito un migliore inquadramento generale del problema. Nessuno avrebbe speso tanto tempo a esaminare la questione, giacch un dispositivo automatico di marcatore somatico avrebbe aiutato a svelare la natura infruttuosa e troppo tollerante dell'esercizio; se non altro, ci saremmo resi conto di quanto fosse ridicolo il tutto. A un altro livello, avvertendo il possibile spreco di tempo, avremmo scelto una delle due date con un comportamento analogo al lancio di una moneta, o all'affidarsi alla sensazione del momento. Oppure avremmo potuto lasciare la decisione al nostro interlocutore, dicendogli che per noi non aveva alcuna importanza e che qualunque data da lui scelta sarebbe andata bene.
In breve, ci saremmo immaginati la perdita di tempo e l'avremmo marcata come negativa; ci saremmo immaginati l'opinione degli altri che ci attorniavano, e l'avremmo marcata come imbarazzante. V' ragione di credere che il paziente si fosse formato qualcuno di questi quadri interni, ma che l'assenza di un marcatore impedisse di prestarvi attenzione e di considerarli nel modo dovuto.
Se vi state interrogando sulla stranezza di emozioni e pulsioni biologiche che possono essere benefiche e perniciose assieme, lasciatemi aggiungere che questo non sarebbe l'unico esempio, in biologia, in cui un dato fattore o meccanismo pu risultare negativo o positivo a seconda delle circostanze. Tutti sappiamo che l'ossido di azoto  tossico: pu inquinare l'aria e avvelenare il sangue. Eppure il medesimo gas funziona da neurotrasmettitore, inviando segnali tra le cellule nervose. Un altro neurotrasmettitore, il glutammato, ci offre un esempio ancora pi sottile. Lo si trova ovunque, nel cervello, dove viene impiegato da una cellula nervosa per eccitarne un'altra. Ma quando le cellule nervose vengono lese, come avviene in un colpo apoplettico, esse liberano glutammato in eccesso, che si diffonde nell'area circostante e quindi pu provocare sovreccitazione delle innocenti cellule nervose sane tutt'intorno, fino a ucciderle.

In ultima analisi, la questione qui posta riguarda il tipo e l'entit della marcatura somatica apposta a differenti configurazioni del problema da risolvere. Il pilota di un aereo di linea che sta per atterrare in un aeroporto in un momento di traffico aereo molto intenso, e in cattive condizioni meteorologiche, non deve consentire che i sentimenti disturbino la sua attenzione ai particolari dai quali dipende la sua decisione. E tuttavia egli deve avere dei sentimenti, per tener fermi gli obiettivi pi ampi del suo comportamento in quella particolare situazione: sentimenti connessi con il senso di responsabilit riguardo alla vita dei passeggeri e degli altri membri dell'equipaggio, riguardo alla propria vita e a quella della propria famiglia. Un eccesso di sentimento nella configurazione pi ristretta o un difetto di sentimento in quella pi allargata possono avere conseguenze disastrose. In un impaccio analogo pu trovarsi un agente di borsa durante una contrattazione.
Ma lo studio pi affascinante di questi aspetti  quello compiuto su Herbert von Karajan (18). Gli psicologi austriaci G. e H. Harrer ebbero l'opportunit di osservare le risposte del sistema nervoso autonomo del celebre direttore in svariate circostanze: mentre atterrava all'aeroporto di Salisburgo con il suo jet, mentre dirigeva l'orchestra in uno studio di registrazione, mentre riascoltava il pezzo registrato (l'ouverture "Leonora", n. 3, di Beethoven).
La prestazione musicale di von Karajan era punteggiata da ampi cambiamenti di risposta. La frequenza del polso arterioso aumentava pi vistosamente durante i passaggi di forte impatto emotivo che durante quelli di reale sforzo fisico; il profilo di tale frequenza, rilevato mentre egli riascoltava la registrazione, era parallelo a quello rilevato durante l'esecuzione. L'atterraggio, invece, lo comp come in un sogno, e anche quando - aveva appena toccato il suolo - gli fu chiesto di effettuare un decollo di emergenza, con angolo di salita piuttosto elevato, la frequenza del polso aument di poco: assai meno che durante gli esercizi musicali. Il suo cuore era tutto nella musica, come doveva essere, e come io stesso ebbi modo di scoprire assistendo a un suo concerto. Proprio un istante prima che egli abbassasse la bacchetta per dare inizio a un'esecuzione della "Sesta" di Beethoven, io sussurrai alcune parole all'orecchio di mia moglie, che mi sedeva accanto. Von Karajan blocc il movimento del braccio, si volt e mi fulmin con lo sguardo. Peccato che nessuno abbia potuto rilevare, in quel momento, la frequenza del polso - sua e mia!

- "Accanto e oltre i marcatori somatici".

Per quanto necessario possa essere qualcosa come il meccanismo del marcatore somatico al fine di costruire una neurobiologia della razionalit,  chiaro che ci non lo rende sufficiente. Come ho gi detto, entra in gioco la competenza logica, oltre i marcatori somatici. Inoltre, vi sono diversi processi che devono precedere, accompagnare o seguire a ruota i marcatori somatici, per consentirne l'intervento. Quali sono questi processi? E' possibile azzardare qualche ipotesi sul loro substrato neurale?
Cominciamo con il chiederci che cos'altro accade quando i marcatori somatici compiono - in modo visibile o celato - il loro lavoro di orientamento. Che cosa accade, nel cervello, per far s che le immagini sulle quali ragionate siano mantenute per l'arco di tempo necessario? Torniamo a un problema accennato all'inizio di questo capitolo. Quando vi trovate di fronte a una decisione, ci che domina il paesaggio della mente  il ricco, vasto dispiegamento di conoscenze sulla situazione che si genera per il fatto stesso di prenderla in esame. Vengono attivate, e messe a fuoco di continuo, immagini corrispondenti a miriadi di opzioni d'azione e a miriadi di esiti possibili. E' presente anche, pronta a portarsi sotto i riflettori, la controparte linguistica di quelle entit e scene: le parole e le frasi che raccontano ci che la vostra mente vede e ascolta. Questo processo si basa su una creazione continua di combinazioni di entit ed eventi, e sfocia in una giustapposizione riccamente diversificata di immagini, in accordo con la conoscenza precedentemente categorizzata. Jean-Pierre Changeux ha proposto la denominazione generatori di diversit per le strutture prefrontali che presumibilmente compiono questa funzione e portano al formarsi di un ampio repertorio di immagini in altri siti cerebrali. Il suggerimento  ben adeguato, poich il generatore di diversit evoca i propri precursori immunologici, e inoltre d luogo a un acronimo notevole [le iniziali di "generator of diversity", in inglese, danno "god", cio dio] (19)..
Questo generatore di diversit richiede un ampio deposito di conoscenza fattuale: sulle situazioni che possiamo trovarci a fronteggiare, sugli attori, su ci che questi possono fare e sul modo in cui azioni diverse producono esiti diversi. La conoscenza fattuale viene categorizzata (i fatti che la costituiscono essendo organizzati in classi, secondo certi criteri costitutivi) e la categorizzazione contribuisce alla decisione classificando tipi di opzioni, tipi di esiti e connessioni tra opzioni ed esiti. La categorizzazione, inoltre, ordina opzioni ed esiti con riferimento a qualche particolare valore. Di fronte a una certa situazione, la categorizzazione precedente ci permette di scoprire senza indugio se  probabile che una data opzione o esito siano vantaggiosi, o in qual modo contingenze diverse possano modificare l'entit del vantaggio.
Il processo di dispiegamento della conoscenza  possibile solo se sono soddisfatte due condizioni. In primo luogo, bisogna essere capaci di sollecitare i meccanismi dell'"attenzione di base", che consentono di far permanere un'immagine mentale nella coscienza a scapito di altre; in termini neurali, ci dipende, probabilmente, da un'esaltazione dello schema di attivit neurale che sostiene una certa immagine, mentre la restante attivit neurale tutt'attorno  indebolita (20). In secondo luogo, bisogna possedere un meccanismo di "memoria operativa di base" che trattenga le immagini separate per un periodo relativamente prolungato di centinaia o migliaia di millisecondi (da qualche decimo di secondo fino a diversi secondi consecutivi) (21). Questo significa che il cervello ripete, nel tempo, le rappresentazioni topograficamente organizzate su cui poggiano quelle immagini separate. Qui, naturalmente, si pone una domanda importante: che cosa guida la memoria operativa e l'attenzione di base? La risposta non pu che essere: i "valori di base", cio l'insieme delle preferenze di base intrinseche alla regolazione biologica.
Senza memoria operativa e attenzione di base non vi  prospettiva alcuna di un'attivit mentale coerente, e anzi i marcatori somatici non possono proprio operare, poich non vi  arena definita nella quale essi possano compiere la loro funzione. Comunque  probabile che memoria operativa e attenzione continuino a essere necessarie anche dopo che il meccanismo del marcatore somatico ha operato: sono necessarie per il processo di ragionamento, durante il quale si confrontano gli esiti possibili, si stabiliscono gerarchie di risultati e si compiono inferenze. Io suggerisco che uno stato somatico, negativo o positivo, causato dalla comparsa di una data rappresentazione, agisca non solo come "marcatore del valore di ci che  rappresentato, ma anche come propulsore di attenzione e memoria operativa in attivit". I processi sono rinvigoriti da ogni segno indicante che  in corso una loro valutazione - positiva o negativa - in termini di obiettivi e preferenze del soggetto. Non  per miracolo che attenzione e memoria operativa vengono assegnate a un obiettivo e mantenute in attivit: esse sono motivate innanzitutto da preferenze intrinseche all'organismo e poi da preferenze e obiettivi acquisiti sulla base delle preferenze intrinseche.
Con riferimento alle cortecce prefrontali, io suggerisco che i marcatori somatici, i quali agiscono sul dominio bioregolatore e sociale pertinente al settore ventromediano, influenzino l'agire dell'attenzione e della memoria operativa entro il settore dorsolaterale - quello dal quale dipendono le operazioni su altri domni di conoscenza. Rimane in tal modo aperta la possibilit che i marcatori somatici influenzino l'attenzione e la memoria operativa anche entro lo stesso dominio bioregolatore e sociale.
In altre parole, negli individui normali i marcatori somatici che scaturiscono dall'attivazione di una contingenza particolare stimolano e sostengono l'attenzione e la memoria operativa lungo tutto il sistema cognitivo. Quando  lesa la regione ventromediana, tutte queste azioni saranno compromesse, in misura pi o meno grande.

- "Inclinazioni e creazione di ordine".

Vi sono quindi tre comprimari, nel processo di ragionamento, su un vasto paesaggio di scenari generati dalla conoscenza fattuale: "gli stati somatici automatizzati", con i loro meccanismi che producono inclinazioni; "la memoria operativa; l'attenzione". Tutti e tre questi attori interagiscono, e tutti e tre sembrano implicati nel critico problema di creare un ordine a partire da dispiegamenti spaziali paralleli. Il problema (riconosciuto per la prima volta da Karl Lashley) nasce perch il cervello  fatto in modo tale da permettere, in un qualsiasi momento, solo un tot limitato di esito mentale conscio e di esito di movimento (22). Le immagini che costituiscono i nostri pensieri devono essere strutturate in frasi, le quali a loro volta devono essere ordinate nel tempo secondo proposizioni, cos come i fotogrammi di movimento che costituiscono le nostre risposte esterne devono essere messi in frasi in un certo modo, e poi tali frasi devono essere disposte secondo un particolare ordine di proposizione, perch un atto motorio abbia l'effetto voluto. La scelta dei fotogrammi che alla fine comporranno le frasi e le proposizioni della nostra mente e dei nostri movimenti viene fatta su un ventaglio di possibilit in parallelo. E siccome sia il pensiero sia il movimento richiedono un'elaborazione coordinata e simultanea, l'organizzazione di pi sequenze ordinate deve procedere in continuo.
Sia che si concepisca la ragione come basata sulla selezione automatica, sia che la si concepisca come basata su una deduzione logica mediata da un sistema simbolico, oppure ancora - e meglio - su entrambe, non si pu ignorare il problema dell'ordine. La mia soluzione  la seguente: 1) se va creato un ordine tra le possibilit disponibili, allora queste devono essere classificate; 2) per classificarle occorrono certi criteri (valori o preferenze sono termini equivalenti); 3) i criteri sono forniti dai marcatori somatici i quali esprimono, in un momento dato, le preferenze cumulative che noi abbiamo sia ricevuto sia acquisito.
E in qual modo i marcatori somatici funzionano come criteri? Una possibilit  che quando marcatori somatici differenti vengono giustapposti a differenti combinazioni di immagini, essi modifichino il modo in cui il cervello le tratta, e operino cos come orientatori. Tale azione di orientamento potrebbe potenziare in misura diversa l'attenzione destinata a ogni componente, con la conseguenza di una assegnazione automatica di gradi di attenzione diversi a contenuti diversi, e quindi del formarsi di un paesaggio disuguale. Cos, per esempio, il punto focale dell'elaborazione conscia potrebbe essere spostato da un componente a un altro, in accordo con la loro posizione in una classifica. Ma perch tutto questo avvenga i componenti devono rimanere dispiegati per un intervallo di tempo dell'ordine delle centinaia - o poche migliaia - di millisecondi, in configurazione relativamente stabile; e questo  il compito della memoria operativa. (Ho trovato qualche conferma di questa idea generale in alcuni recenti studi di William T. Newsome e collaboratori sulla neurofisiologia della decisione percettiva: un cambiamento dell'equilibrio dei segnali applicati a una particolare popolazione di neuroni rappresentativa di un particolare contenuto si  tradotto in una decisione a favore di quel contenuto, secondo un meccanismo apparentemente del tipo chi vince prende tutto) (23).
La cognizione e il movimento normali richiedono l'organizzazione di sequenze interattive in concorso. Dove occorre ordine occorre decisione, e dove occorre decisione deve esservi un criterio che permetta di decidere. Dal momento che molte decisioni hanno un'influenza sul futuro di un organismo,  plausibile che alcuni criteri siano radicati, direttamente o indirettamente, nelle pulsioni biologiche dell'organismo (le sue ragioni, per dir cos). Queste possono essere espresse in modo manifesto o celato, e possono essere usate per orientare un marcatore, dietro intervento dell'attenzione, in un campo di rappresentazioni che la memoria operativa mantiene attivo.
Per la maggior parte di noi, abbastanza fortunati da essere stati allevati in una cultura relativamente ricca, il dispositivo automatico del marcatore somatico  stato conformato, dall'istruzione, agli standard di razionalit propri di tale cultura. Nonostante abbia radici nella regolazione biologica, il dispositivo  stato accordato alle prescrizioni culturali intese ad assicurare la sopravvivenza in una particolare societ. Supposto che il cervello sia normale e che la cultura in cui esso si sviluppa sia una cultura florida, il dispositivo  stato reso razionale rispetto all'etica e alle convenzioni sociali.
Per la razionalit, l'azione di pulsioni biologiche, stati corporei ed emozioni pu essere un fondamento indispensabile. I livelli pi bassi dell'edificio neurale della ragione sono gli stessi che regolano l'elaborazione di emozioni e sentimenti, insieme con le funzioni globali del corpo, in modo che l'organismo possa sopravvivere. Questi livelli inferiori mantengono relazioni mutue e dirette con il corpo, ponendolo cos all'interno della catena di operazioni che consentono alla ragione e alla creativit le conquiste pi alte. E' probabile che la razionalit sia foggiata e modulata da segnali corporei, anche quando essa compie le distinzioni pi sublimi e agisce di conseguenza.

David Hume, il quale era ben consapevole del valore delle emozioni, potrebbe non dissentire da queste affermazioni; e Pascal, il quale afferm che il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce, avrebbe giudicato plausibile quanto detto finora (24); ma io vorrei modificare il suo enunciato, in questo modo: "l'organismo ha alcune ragioni che la ragione deve utilizzare". Non vi  dubbio che il processo continui oltre le ragioni del cuore. Da un lato, usando gli strumenti della logica possiamo controllare la fondatezza delle scelte che le nostre preferenze ci hanno aiutato a fare. D'altro lato, possiamo andare oltre usando le strategie di deduzione e di induzione in proposizioni linguistiche facilmente disponibili. (Quando avevo gi completato la stesura di questo libro mi sono imbattuto in svariate voci che si accordano con quanto io sostengo. J.St.B.T. Evans di recente ha suggerito che esistono due tipi di razionalit, in larga misura relativi ai due domni da me indicati, quello personale/sociale e l'altro; il filosofo Ronald De Sousa ha sostenuto che le emozioni siano intrinsecamente razionali; P. N. Johnson-Laird e Keith Oatley hanno avanzato l'ipotesi che le emozioni di base contribuiscano a fare agire in modo razionale) (25).
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PARTE TERZA.
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9. L'IPOTESI DEL MARCATORE SOMATICO ALLA PROVA.
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- "Sapere ma non sentire".
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Per approfondire l'ipotesi del marcatore somatico cominciai con il considerare le risposte del sistema nervoso autonomo, in una serie di studi fatti insieme con Daniel Tranel (il quale  uno psicofisiologo e un neurofisiologo sperimentale). Il sistema nervoso autonomo  costituito da centri di controllo propri, situati entro il sistema limbico e il midollo allungato (l'amigdala  il primo esempio che viene in mente), e da proiezioni di neuroni che si dipartono da quei centri in direzione dei visceri, per tutto l'organismo. Sono innervati da terminali provenienti dal sistema nervoso autonomo tutti i vasi sanguigni, anche quelli racchiusi nello spessore della pelle (che  l'organo del corpo avente maggiore estensione); lo stesso vale per il cuore, i polmoni, l'intestino, la vescica e gli organi della riproduzione. Anche un organo come la milza, che ha a che fare per lo pi con l'immunit,  innervato dal sistema nervoso autonomo.
Le ramificazioni di tale sistema sono strutturate in due grandi suddivisioni (il sistema nervoso simpatico e quello parasimpatico) ed esse si dipartono dal midollo allungato e dal midollo spinale, talvolta procedendo in parallelo con le ramificazioni del sistema non autonomo. (L'attivit della divisione simpatica e quella della divisione parasimpatica sono mediate da neurotrasmettitori diversi e sono in larga misura antagonistiche: per esempio, se l'una stimola la contrazione dei muscoli lisci, l'altra ne stimola il rilassamento). I fasci nervosi autonomi di ritorno, che portano al sistema nervoso centrale i vari segnali riguardanti lo stato dei visceri, tendono a seguire le medesime vie.
Nella prospettiva dell'evoluzione, sembra che il sistema nervoso autonomo sia stato il mezzo neurale con cui il cervello di organismi assai meno complessi di noi interveniva nella regolazione della loro economia interna. Quando la vita consisteva per lo pi nell'assicurare l'equilibrata funzione di pochi organi, e quando il tipo e il numero di interazioni con l'ambiente circostante era limitato, il sistema endocrino e quello immunitario governavano la pi parte di ci che vi era da governare. Quel che il cervello richiedeva era qualche segnale riguardo allo stato dei vari organi, e insieme un mezzo per modificare tale stato in presenza di particolari circostanze esterne. Il sistema nervoso autonomo forniva proprio questo: una rete entrante per segnalare i cambiamenti dei visceri e una rete uscente per i comandi motori diretti a quei visceri. In seguito l'evoluzione diede luogo a forme pi complesse di risposta motoria, come quelle che alla fine controllavano le mani, o l'apparato vocale. Tali risposte richiesero una differenziazione via via pi complessa del sistema motorio periferico, che lo mettesse in grado di controllare il minuto operare di muscoli e articolazioni, e anche segnalare contatto, temperatura, dolore, posizione delle articolazioni, grado di contrazione della muscolatura.
Si ricordi che l'idea di marcatore somatico abbraccia un cambiamento totale dello stato corporeo, comprendente modificazioni sia dei visceri sia del sistema muscoloscheletrico che sono indotte da segnali neurali e da segnali chimici - anche se il componente viscerale sembra in qualche misura pi critico di quello muscoloscheletrico, nella costruzione degli stati emotivi e di fondo. Per cominciare a indagare sperimentalmente la nostra ipotesi, abbiamo dovuto scegliere alcuni aspetti, in questo ampio panorama di cambiamenti, ed  parso sensato cominciare con lo studio delle risposte del sistema nervoso autonomo. In fin dei conti, quando generiamo lo stato somatico che caratterizza una certa emozione,  proprio il sistema nervoso autonomo, probabilmente, la chiave per raggiungere l'appropriata modificazione dei parametri fisiologici del corpo (sebbene nello stesso tempo vengano attivate vie chimiche importanti).
Tra le varie risposte del sistema nervoso autonomo che  possibile analizzare in laboratorio, la pi utile  forse quella relativa alla conduttanza cutanea:  facile da suscitare,  affidabile ed  stata ampiamente studiata dagli psicofisiologi in individui normali di diverse et e culture. (Sono state studiate anche la frequenza cardiaca e la temperatura corporea). Un paio di elettrodi collegati alla pelle e un poligrafo consentono di registrare tale risposta senza alcun fastidio o dolore per il soggetto. Il principio di base  il seguente: quando il corpo comincia a cambiare, dopo un dato pensiero o percetto, e quando comincia a instaurarsi uno stato somatico correlato (per esempio, quello di una certa emozione), il sistema nervoso autonomo provoca un lieve aumento della secrezione di fluido nelle ghiandole sudoripare della pelle, tanto piccolo da non essere percepibile a occhio nudo, n avvertibile dai sensori neurali della pelle, e tuttavia sufficiente a ridurre la resistenza opposta al passaggio di una corrente elettrica. Quindi, per misurare la risposta, lo sperimentatore fa passare nella pelle, tra due elettrodi rilevatori, una corrente elettrica a bassa tensione. La risposta  rappresentata da un cambiamento della intensit di corrente che passa; viene registrata sotto forma di un'onda, della quale  possibile misurare l'ampiezza (espressa in microsiemens) e l'andamento nel tempo;  possibile misurare anche la frequenza con la quale si manifestano le risposte a un certo stimolo, in un intervallo di tempo prefissato.
La psicofisiologia sperimentale si  ampiamente servita dello studio di questa particolare risposta, che ha avuto un impiego pratico - spesso controverso - nelle prove con la cosiddetta macchina della verit (il cui scopo  manifestamente diverso da quello dei nostri esperimenti). In questi casi si vuole determinare se un soggetto sta mentendo, spingendolo con raggiri a negare di conoscere una data persona o oggetto: ci provoca una risposta - non volontaria - della conduttanza cutanea.
Nel nostro studio, ci siamo ripromessi innanzitutto di scoprire se pazienti come Elliot potessero ancora generare risposte di questo tipo, cio se il loro cervello fosse ancora capace di innescare un cambiamento dello stato somatico. Perci abbiamo messo a confronto pazienti colpiti da lesioni al lobo frontale con soggetti normali e con pazienti che presentavano lesioni localizzate in altri punti del cervello. Sapevamo che le condizioni sperimentali prescelte potevano suscitare una risposta della conduttanza cutanea in modo coerente e quindi indicare la condizione normale dell'apparato neurale implicato in tale risposta. Una di tali condizioni  nota come "startle" [sobbalzo] e consiste nel sorprendere il soggetto con un rumore inatteso (ad esempio battendo d'improvviso le mani alle sue spalle) o con un lampo di luce (prodotto ad esempio con una lampada stroboscopica). Ma anche un semplice atto fisiologico come tirare un respiro profondo pu essere un buon indicatore.
Non ci occorse molto tempo per verificare che tutti i soggetti con lesioni al lobo frontale rispondevano altrettanto bene quanto i soggetti normali o i pazienti con altre lesioni cerebrali. In altre parole, sembrava che in quei pazienti nulla di essenziale fosse stato alterato nell'apparato neurale che suscita la risposta della conduttanza cutanea.
Ci chiedemmo allora se essi avrebbero manifestato una risposta a uno stimolo che richiedesse una valutazione del contenuto emotivo. Questa era per noi una domanda importante, perch in pazienti come Elliot era stata menomata l'esperienza dell'emozione e perch da studi condotti in precedenza su soggetti normali sapevamo che, quando siamo esposti a stimoli con forte contenuto emotivo, questi producono una marcata risposta della conduttanza cutanea. Generiamo tali risposte quando assistiamo a scene di orrore o di dolore fisico, o quando vediamo fotografie di tali scene, o immagini di esplicito contenuto sessuale. Si pu considerare la risposta della conduttanza cutanea come una parte minuscola, impercettibile, di uno stato somatico che, se si dispiegasse in modo completo, darebbe un senso avvertibile di eccitamento e di "arousal" (la pelle d'oca, in alcuni individui). Ma  importante rendersi conto che siccome i cambiamenti della conduttanza cutanea sono solo una parte della risposta dello stato corporeo, la loro presenza non assicura che alla fine si avvertir un forte cambiamento di tale stato. Sembra per vero questo: chi non manifesta una risposta di conduttanza cutanea, sembra che non avr mai lo stato corporeo conscio che  tipico di un'emozione.
L'esperimento fu allestito scegliendo, per i tre gruppi, soggetti confrontabili per et e per livello di istruzione. Veniva proiettata loro una serie di diapositive mentre se ne stavano comodamente seduti in poltrona, collegati a un poligrafo, senza far nulla e senza dire nulla. Molte delle diapositive erano assolutamente banali (scene anonime o disegni astratti), ma di tanto in tanto, e secondo un ordine casuale, veniva presentata una diapositiva con una scena capace di turbarli. L'esperimento andava avanti finch restavano diapositive da vedere - e ce n'erano centinaia. Prima che la proiezione cominciasse, ai soggetti era stato raccomandato di stare attenti perch in seguito, durante una fase dedicata ai commenti, sarebbe stato chiesto loro di riferire che cosa avevano visto, come si erano sentiti e anche quando avevano visto determinate immagini, rispetto all'intero periodo della proiezione.
I risultati furono univoci (2). I soggetti che non presentavano lesioni frontali (sia gli individui normali sia i soggetti con lesioni cerebrali che non toccavano i lobi frontali) produssero un'abbondanza di risposte di conduttanza cutanea alle immagini disturbanti ma non a quelle banali. Al contrario, i pazienti con lesioni ai lobi frontali non manifestarono alcuna risposta: i tracciati delle loro registrazioni erano piatti (fig. 9.1).
Prima di saltare a una conclusione, decidemmo di ripetere l'esperimento con altri soggetti e altre immagini, e anche di ripeterlo con gli stessi soggetti, dopo qualche tempo. Di nuovo, posti nella condizione passiva descritta in precedenza, furono i soggetti con lesioni frontali quelli che non diedero alcuna risposta alle immagini disturbanti, anche se in seguito essi furono in grado di discutere nei particolari il contenuto delle diapositive, e anche di ricordare in quale fase della seduta di proiezione erano comparse sullo schermo certe diapositive. Furono capaci di descrivere a parole la paura, la ripugnanza o la tristezza connesse alle immagini viste, e anche di dire quanto prima (o dopo) di un'altra era comparsa una certa immagine, e in quale momento della proiezione. Non vi poteva essere dubbio: questi soggetti erano stati ben attenti, avevano compreso il contenuto delle immagini e i concetti in esse rappresentati erano loro accessibili a vari livelli; essi sapevano non solo che una data immagine mostrava, ad esempio, un omicidio, ma anche che il modo in cui l'omicidio era rappresentato conteneva un elemento di orrore, o che bisognava rattristarsi per la vittima e rammaricarsi che una simile situazione si fosse potuta presentare. In altre parole, un dato stimolo aveva prodotto una copiosa evocazione di conoscenze pertinenti, nella mente dei soggetti con lesioni frontali sottoposti all'esperimento. E tuttavia, a differenza dei soggetti di controllo, i pazienti con lesioni frontali non avevano manifestato una risposta di conduttanza cutanea. Analizzate, le differenze si rivelarono molto significative.
Durante una delle primissime interviste di commento, un paziente ci conferm, in modo spontaneo e con intuito perfetto, che quel che mancava non era solo la risposta della pelle. Egli not che dopo aver visto tutte le diapositive non era affatto turbato, anche se il contenuto di alcune di esse - se ne rendeva conto - avrebbe dovuto turbarlo. Si consideri l'importanza di questa rivelazione. Avevamo di fronte un essere umano a conoscenza sia del significato manifesto di quelle immagini sia del loro implicito significato emotivo, ma consapevole anche del fatto che egli non sentiva nel modo in cui sapeva di essere solito sentire (e in cui forse si supponeva che egli sentisse?) riguardo a tale significato implicito. Il paziente ci stava dicendo che la sua carne non rispondeva pi a questi argomenti come una volta aveva risposto; che "sapere non significa necessariamente sentire", anche quando vi rendete conto che quel che sapete dovrebbe farvi sentire in un certo modo, ma non lo fa.
Pi di qualsiasi altro risultato, fu la insistita mancanza di risposta della conduttanza cutanea (unita all'assenza di sentimenti attestata da pazienti con lesioni frontali) a convincerci che valeva la pena di continuare a perseguire l'ipotesi del marcatore somatico. In effetti, sembrava che la conoscenza di quei pazienti fosse disponibile in tutta la sua portata ed estensione, eccetto la conoscenza disposizionale che accoppia un particolare evento con il meccanismo capace di ripristinare una risposta emotiva. In assenza di tale legame automatico, i pazienti erano in grado di evocare internamente una conoscenza fattuale ma non di produrre uno stato somatico - o, almeno, non uno stato somatico di cui fossero consapevoli. Potevano avvalersi di una gran copia di conoscenza fattuale, ma non fare esperienza di un sentimento - vale a dire, la conoscenza di come i loro corpi dovrebbero comportarsi con riferimento alla conoscenza fattuale evocata. E dal momento che in precedenza tali soggetti erano stati normali, essi potevano rendersi conto che il loro stato mentale complessivo non era come sarebbe dovuto essere, che mancava qualcosa.
Nel complesso, i test di risposta della conduttanza cutanea ci fornirono una controparte fisiologica misurabile della osservabile riduzione di risonanza emotiva che gi avevamo rilevato in questi pazienti, e della riduzione di sentimenti che essi stessi avvertivano.

- "Rischiare: gli esperimenti con giochi d'azzardo".

Un'altra via di verifica sperimentale si fondava su una prova studiata da Antoine Bechara, un giovane laureato che seguiva un corso di perfezionamento nel mio laboratorio. Frustrato (come tutti i ricercatori) dalla natura artificiosa della maggior parte delle prove sperimentali che si compiono in neuropsicologia, egli voleva sviluppare un mezzo il pi realistico possibile per valutare la capacit di decisione. Cos egli escogit (e in seguito perfezion, assieme a Hanna Damasio e Steven Anderson) una serie di brillanti prove che nel nostro laboratorio vanno sotto il nome - scontato - di esperimenti con giochi d'azzardo (2), e sono quanto di pi lontano si possa immaginare dalle noiose manipolazioni in genere imposte da esperimenti analoghi. L'ambientazione  assai colorita, pazienti e soggetti normali si divertono a sottoporvisi e la natura stessa della ricerca cos compiuta favorisce il verificarsi di episodi divertenti. Mi ricordo ancora l'espressione di un mio illustre visitatore il quale, dopo avere fatto un giro per il laboratorio, ed essere passato accanto a una stanza dove era in corso un test, ritorn nel mio ufficio con gli occhi fuori dalle orbite e la mandibola penzoloni per lo stupore e mi bisbigli: C' gente che gioca a carte, qui!.
Nell'esperimento di base, il soggetto (chiamato il giocatore)  seduto a un tavolo sul quale sono disposti, di fronte a lui, quattro mazzi di carte, rispettivamente contrassegnati A, B, C e D. Gli vengono dati in prestito 2000 dollari (falsi, ma perfettamente simili a quelli veri) e gli si comunica lo scopo del gioco: egli deve perdere il meno possibile della somma assegnatagli all'inizio e guadagnare quanto pi possibile denaro extra. Il gioco consiste nello scoprire in successione le carte, una per volta, da uno qualsiasi dei quattro mazzi, fino a che lo sperimentatore non interrompe la prova; quindi il giocatore non sa quante carte dovr voltare in totale. Inoltre, lo si informa che ogni carta voltata gli far guadagnare del denaro, ma di tanto in tanto a questo guadagno si accompagner l'obbligo di pagare una certa somma. Egli per non sa, quando comincia a giocare, n quanto guadagner o perder per una data carta, n l'ordine di comparsa delle carte; ignora anche la relazione tra le carte e uno dei quattro mazzi. Solo dopo che una carta  stata voltata si svela quanto ha guadagnato, o quanto dovr pagare. Inoltre, il giocatore non sa quanto ha guadagnato o perduto a un dato momento, e non pu tenerne registrazione scritta.
Voltare una carta del mazzo A o B frutta la bella somma di 100 dollari, mentre voltarne una dal mazzo C o D ne frutta solo 50. Per alcune carte del mazzo A o del mazzo B, del tutto imprevedibilmente, richiedono da parte del giocatore un pagamento molto forte, fino a un massimo di 1250 dollari, mentre alcune carte del mazzo C o del mazzo D possono comportare anch'esse un pagamento, ma di somme decisamente inferiori: meno di 100 dollari, in media. Queste regole, non rivelate al giocatore, non vengono cambiate mai. Inoltre, sempre senza che il giocatore lo sappia, la prova termina dopo che sono state voltate 100 carte. In partenza il giocatore non ha modo di prevedere che cosa accadr, e nemmeno pu riuscire a tenere a mente un computo preciso di guadagni e perdite, via via che il gioco procede: proprio come nella vita, in cui buona parte della conoscenza grazie alla quale viviamo e costruiamo il nostro futuro adattativo ci viene distribuita con parsimonia, frammento dopo frammento, mentre l'esperienza aumenta e l'incertezza domina. La nostra conoscenza (come quella del giocatore)  foggiata sia dal mondo con il quale interagiamo sia dalle spinte intrinseche al nostro organismo: per esempio il fatto che preferiamo il guadagno alla perdita, la ricompensa alla punizione, un rischio moderato a un rischio forte.
E' interessante osservare come si comportano, nell'esperimento, gli individui normali. Essi cominciano con il saggiare ognuno dei quattro mazzi, in cerca di indizi e di regolarit. Poi, forse allettati dall'esperienza degli alti guadagni possibili, mostrano in genere una prima preferenza per i mazzi A e B; ma gradualmente, nel giro delle prime trenta mosse, spostano la preferenza verso i mazzi C e D e si attengono a questa strategia fino al termine della prova. Alcuni giocatori che si dichiarano amanti del rischio possono occasionalmente tornare a saggiare i mazzi A e B, ma solo per riportarsi in breve alla linea d'azione che appare pi prudente.
I giocatori non hanno modo di effettuare un calcolo preciso di guadagni e perdite; invece a poco a poco si fa strada in loro l'impressione che alcuni mazzi (e precisamente l'A e il B) siano pi pericolosi di altri. Si potrebbe dire che essi intuiscano come le pi basse penalizzazioni collegate ai mazzi C e D consentiranno loro di vincere, a lungo andare, sebbene il guadagno iniziale sia pi modesto. Io sospetto che prima e al di sotto dell'impressione conscia vi sia un processo non conscio che gradualmente formula una previsione per l'esito di ogni mossa e gradualmente dice al giocatore attento (dapprima in modo sommesso, ma poi sempre pi forte) che se far una certa mossa ne avr una ricompensa o una punizione. In breve, io non credo che si tratti di un processo interamente conscio, o interamente non conscio; sembra invece che, quando un cervello ben accordato prende una decisione, operino entrambi i tipi di elaborazione.

Il comportamento dei pazienti con lesioni frontali ventromediane fu illuminante: quel che essi facevano nel test con le carte assomigliava a quello che spesso avevano fatto nella vita quotidiana dopo aver subto la lesione cerebrale, mentre differiva da quello che avrebbero fatto prima della lesione. Il loro comportamento era diametralmente opposto a quello degli individui normali.
Dopo un primo campionamento generale, i pazienti con lesioni frontali sistematicamente voltavano pi carte prese dai mazzi A e B, e sempre meno carte prese dai mazzi C e D. In tal modo, le penalit che erano costretti a pagare erano cos forti che, nonostante ricevessero una cifra pi alta per ogni carta presa dal mazzo A o dal mazzo B, verso la met del test avevano dato fondo alla somma ricevuta all'inizio e dovevano chiedere un altro prestito allo sperimentatore. Anche Elliot fu sottoposto all'esperimento, e nel suo caso questo comportamento  tanto pi degno di nota in quanto egli continua a definirsi una persona avveduta, poco propensa a rischiare, mentre anche gli individui normali che si definivano amanti del rischio, giocatori d'azzardo, si comportavano in modo assai diverso, con grande cautela. Per di pi, alla fine del test Elliot sapeva quali mazzi di carte fossero pericolosi e quali no; eppure, quando alcuni mesi dopo l'esperimento venne ripetuto, con altre carte e altri contrassegni per i mazzi, Elliot continu a comportarsi come faceva nella vita quotidiana, cio perseverando nell'errore.
Questo  il primo test di laboratorio che abbia consentito di misurare una controparte delle travagliate scelte quotidiane di Phineas Gage. Sottoposti alla medesima prova, pazienti con lesioni ai lobi frontali il cui comportamento - e le cui lesioni - sono confrontabili con quelli di Elliot hanno fornito prestazioni simili (fig. 9.2).
Ma perch questo test dovrebbe avere successo l dove altri falliscono? Probabilmente perch esso  una buona imitazione della vita: viene eseguito in tempo reale, e assomiglia ai veri giochi di carte; include esplicitamente ricompense e punizioni, come pure valori espressi in moneta; impegna il soggetto in una ricerca di vantaggi, presenta dei rischi; offre delle scelte ma non dice come, quando o che cosa scegliere. E' carico di incertezze, ma la sola via per ridurle al minimo  quella di produrre, con qualsiasi mezzo sia disponibile, impressioni e stime di probabilit, dal momento che non si pu fare alcun calcolo preciso.
Dietro questo comportamento operano meccanismi neuropsicologici affascinanti, soprattutto nel caso dei pazienti con lesioni frontali. Elliot era manifestamente preso dal compito: attentissimo, collaborativo, interessato all'esito. Di fatto, egli voleva "vincere". Che cos'era che lo faceva scegliere in modo cos disastroso? Come per gli altri suoi comportamenti, non possiamo invocare n penuria di conoscenze n mancanza di comprensione della situazione. Le premesse per una scelta non venivano mai meno, lungo il procedere del gioco. Quando perse 1000 dollari, Elliot se ne rese ben conto, e infatti pag la somma all'esaminatore; e tuttavia continu a scegliere i mazzi che davano 100 dollari, il che lo portava in perdita ogni volta che era penalizzato. E nemmeno si pu pensare che dopo un po' il gioco imponesse un carico aggiuntivo alla sua memoria, poich il susseguirsi dei risultati sfavorevoli o positivi veniva reso esplicito, in genere. Via via che le loro perdite si accumulavano, Elliot e gli altri pazienti con lesioni frontali dovevano ricorrere a prestiti, che costituivano la prova esplicita del cattivo andamento della partita; ma essi insistevano nell'operare le scelte meno vantaggiose, per un tempo pi lungo rispetto a quello rilevato in qualsiasi altro gruppo di soggetti - inclusi diversi pazienti con lesioni cerebrali non interessanti i lobi frontali.
I pazienti che presentano vaste lesioni cerebrali localizzate in altri punti (per esempio all'esterno dei settori prefrontali) possono dare, nella prova, le stesse prestazioni di soggetti normali, purch siano in grado di vedere e di comprendere le istruzioni. Questo  vero anche per soggetti con menomazioni del linguaggio. Una paziente affetta da grave deficit della capacit di denominazione, provocato da disturbi alla corteccia temporale sinistra, esegu il test continuando per tutta la durata della prova a lamentarsi a voce alta, nel suo linguaggio spezzato dall'afasia, che non vedeva alcun senso in quel che faceva. E tuttavia il profilo della sua prestazione risult impeccabile: senza alcuna esitazione scelse sempre ci che la sua razionalit perfettamente integra la portava a scegliere.

Che cosa poteva essere accaduto, nei cervelli dei soggetti con lesioni frontali? Proviamo a considerare un elenco di possibili meccanismi alternativi:
1) questi soggetti non sono pi sensibili alla punizione come i soggetti normali, ma reagiscono solo alla ricompensa;
2) sono diventati talmente sensibili alla ricompensa che la sola presenza di questa basta perch essi trascurino la punizione;
3) sono ancora sensibili a ricompensa e punizione, ma n l'una n l'altra contribuiscono al marcamento automatico o al dispiegamento prolungato di previsioni di esiti futuri, cosicch risultano favorite le opzioni immediatamente premianti.
Mentre tentava di orientarsi tra queste possibilit, Antoine Bechara mise a punto una prova diversa, modificata per l'inversione tra ricompensa e punizione. Ora si aveva per prima la punizione, poich ogni carta voltata comportava il pagamento di una somma (pi grande per le carte del primo mazzo che per quelle del secondo) mentre di tanto in tanto arrivava la ricompensa. Come nella prima prova, anche in questa due mazzi davano un guadagno e due davano una perdita. In questa nuova prova Elliot si comport come i soggetti normali; lo stesso accadde con gli altri pazienti colpiti da lesioni ai lobi frontali. Perci bisognava scartare l'idea che Elliot e gli altri pazienti con lesioni frontali fossero semplicemente insensibili alla punizione.
In questo senso andava anche l'analisi qualitativa delle prestazioni dei pazienti nella prima prova. I profili delle loro risposte mostravano che, subito dopo aver dovuto pagare, i pazienti evitavano il mazzo dal quale avevano pescato la carta penalizzante, e lo stesso facevano i soggetti normali; a differenza dei soggetti normali, per, subito dopo i pazienti tornavano al mazzo cattivo. Se ne desume che i pazienti erano ancora sensibili alla punizione, ma che gli effetti di questa non si protraevano per molto, probabilmente perch la punizione non era connessa con l'abbozzo di elementi di previsione riguardanti le prospettive a venire.

- "Miopia rispetto al futuro".

I meccanismi delineati nell'ipotesi 3) porterebbero un osservatore esterno a giudicare i pazienti assai pi interessati al presente che al futuro. Privi di marcatori, o di previsioni dispiegate per un tempo non brevissimo, questi pazienti sono in larga misura guidati dalle prospettive immediate e sembrano, in effetti, insensibili al poi. Ci suggerisce che nei pazienti con lesioni ai lobi frontali  profondamente accentuata quella che pu essere una tendenza di base affatto normale: puntare sull'oggi invece di investire sul domani. Negli individui normali e in quelli socialmente adattati, tale tendenza  posta sotto controllo, specie nelle situazioni in cui  in gioco un interesse personale; nei pazienti con lesioni ai lobi frontali, invece, essa acquista una dimensione soverchiante, che pu facilmente schiacciarli. Si potrebbe descrivere il loro disagio come miopia rispetto al futuro, adottando il concetto che  stato proposto per spiegare il comportamento di individui sotto l'influenza dell'alcool o di altre sostanze. Lo stato di ebbrezza restringe il panorama del nostro futuro, tanto che quasi nulla che non appartenga al presente viene elaborato con chiarezza (3).
Se ne potrebbe concludere che il risultato delle lesioni di questi pazienti  la perdita di ci che i loro cervelli hanno acquisito attraverso l'educazione e la socializzazione. La capacit di imparare a farsi guidare dalle prospettive future anzich dall'esito immediato  uno dei caratteri pi tipici degli esseri umani - e si comincia a impararlo da bambini. Nei pazienti con lesioni ai lobi prefrontali, il danno cerebrale menoma non solo il deposito di conoscenze accumulate relative a tale orientamento, ma anche la capacit di acquisire nuove conoscenze dello stesso tipo. Come spesso avviene nei casi di lesioni cerebrali, questa tragedia apre uno spiraglio alla scienza, consentendo di fare qualche luce sulla natura dei processi che sono andati perduti - e qui sta l'unico aspetto riparatore, se proprio se ne vuole trovare uno.

Sappiamo dove sono localizzate le lesioni che causano la menomazione; sappiamo qualcosa sui sistemi neurali presenti nelle aree danneggiate da quelle lesioni. Ma come avviene che la loro distruzione d'improvviso faccia s che le conseguenze future non abbiano pi alcuna influenza sul decidere? Analizzando i vari componenti in cui si pu scindere il processo, si trovano svariate possibilit.
E' pensabile che le immagini che costituiscono uno scenario futuro siano deboli e instabili; esse verrebbero attivate, ma non mantenute ferme nella coscienza per un tempo bastante a far s che intervengano nella strategia di ragionamento appropriata. In termini neuropsicologici, ci equivale a dire che la memoria operativa e/o l'attenzione non stanno funzionando bene, per quanto si riferisce alle immagini relative al futuro. La spiegazione regge a prescindere dal fatto che le immagini riguardino il dominio degli stati corporei o quello dei fatti esterni al corpo.
Un'altra spiegazione fa ricorso all'idea dei marcatori somatici. Anche se le immagini delle conseguenze future fossero stabili, una lesione delle cortecce prefrontali ventromediane impedirebbe l'evocazione dei relativi segnali di stato somatico (attraverso un anello corporeo, o un anello come se) e di conseguenza i corrispondenti scenari futuri non sarebbero pi marcati. La loro importanza non sarebbe evidente e il loro impatto sul processo di decisione sarebbe cassato, oppure facilmente soverchiato dall'importanza delle prospettive immediate. Si pu spingersi un po' oltre dicendo che quel che andrebbe perduto sarebbe un meccanismo capace di generare in modo autonomo previsioni sull'importanza di un esito futuro. Nei soggetti normali sottoposti ai test con le carte descritti pi sopra, ci avverrebbe dopo ripetute esposizioni a differenti combinazioni di punizione e ricompensa, rispetto a un certo mazzo di carte. In altre parole, il cervello associerebbe un certo grado di positivit o negativit a ciascuno dei mazzi (A, B, C o D). Il processo di base sarebbe non conscio, e consisterebbe nel pesare frequenze e gravit degli stati negativi. Lo stato somatico orientante sarebbe l'espressione neurale di questo mezzo, celato e non conscio, di ragionamento. Nei pazienti con lesioni frontali non sembra verificarsi alcun processo del genere.
Oggi io sono propenso a mettere assieme le due possibilit. Il fattore critico  l'attivazione degli stati somatici pertinenti, ma credo anche che il meccanismo dello stato somatico agisca da amplificatore per mantenere attive e ottimizzare la memoria operativa e l'attenzione connesse con gli scenari futuri. In breve, non  possibile formulare e usare adeguate teorie della propria mente e di quella degli altri, se fa difetto qualcosa come il marcatore somatico.

- "Prevedere il futuro: correlati fisiologici".

Hanna Damasio ha suggerito un seguito del tutto naturale agli esperimenti con i giochi d'azzardo. La sua idea  stata quella di tenere sotto osservazione le prestazioni sia dei soggetti normali sia di quelli con lesioni frontali, per cogliere eventuali differenze nell'andamento della conduttanza cutanea durante le prove.
Antoine Bechara e Daniel Tranel organizzarono l'esperimento collegando al poligrafo alcuni pazienti e alcuni soggetti normali sottoposti al test con le carte. In tal modo furono raccolti due insiemi paralleli di dati: le scelte che i soggetti andavano operando con continuit via via che la prova si svolgeva e il profilo continuo della conduttanza cutanea generato durante il processo.
Il primo lotto di risultati forn un profilo sorprendente: sia i soggetti normali (di controllo) sia i pazienti con lesioni ai lobi frontali davano una risposta di conduttanza cutanea, ogni volta che ricevevano una ricompensa o una penalizzazione dopo avere voltato una data carta. In altre parole, nei pochi secondi immediatamente successivi al pagamento della penale o all'acquisizione della ricompensa, sia i soggetti normali sia i pazienti con lesioni frontali mostravano, attraverso la risposta della pelle, di essere stati influenzati dall'evento. Ci  importante perch mostra, una volta di pi, che i pazienti possono generare tale risposta in certe condizioni ma non in altre. E' evidente che essi rispondono a stimoli che si producono adesso (una luce, un suono, una perdita, un guadagno), ma che non risponderanno se l'evento innescante  la rappresentazione mentale di qualcosa che  in relazione con lo stimolo ma non  accessibile in percezione diretta. Di primo acchito, si potrebbe descrivere il loro stato con lo slogan: Fuori della vista, fuori della mente: felice formula che Patricia Goldman-Rakic adotta per spiegare in modo sintetico il deficit di memoria operativa provocato da una disfunzione frontale dorsolaterale. Noi sappiamo per che, in questi pazienti, ci che  fuori della vista pu essere ancora nella mente, ma non conta; allora uno slogan migliore potrebbe forse essere questo: Fuori della vista e dentro la mente, ma non fa niente.
Dopo che ebbero voltato un certo numero di carte, per, anche ai soggetti normali cominci ad accadere qualcosa di bizzarro. Subito prima che essi scegliessero una carta da un mazzo cattivo (cio, mentre essi stavano decidendo o avevano appena deciso di pescare da quello che lo sperimentatore sapeva essere un mazzo cattivo), veniva generata una risposta di conduttanza cutanea che andava accentuandosi con il procedere del gioco. Il cervello dei soggetti normali, insomma, andava gradualmente imparando a prevedere un esito sfavorevole, e segnalava la relativa negativit di quel mazzo prima che ne venisse pescata e voltata una carta (4).
Il fatto che i soggetti normali non esibissero tali risposte all'inizio della prova, il fatto che le risposte fossero acquisite con l'esperienza e che la loro intensit continuasse ad aumentare via via che si aggiungevano nuove esperienze (sia positive sia negative), indicavano in modo netto che il cervello di quei soggetti andava imparando qualcosa di importante sulla situazione e cercava di segnalare in anticipo che cosa non sarebbe stato positivo, in futuro.
Ancora pi sorprendente fu ci che vedemmo esaminando le risposte dei pazienti con lesioni frontali: "i pazienti non mostravano alcun tipo di risposta anticipatrice"; nessun segno che il loro cervello stesse sviluppando la previsione di un esito negativo.
Pi di qualsiasi altro risultato, questo dimostra sia l'inspiegabile comportamento sia buona parte della sottostante neuropatologia di tali pazienti: i sistemi neurali che avrebbero consentito loro di imparare che cosa preferire e che cosa evitare non funzionano bene, e perci non sono in grado di produrre risposte adeguate a una situazione nuova.
Noi non sappiamo, tuttora, in qual modo negli esperimenti con le carte si sviluppi la previsione di esiti futuri negativi. Ci si pu chiedere se il soggetto elabori una stima cognitiva di negativit contro positivit, per ogni mazzo, e colleghi in modo automatico tale impressione con uno stato somatico indicante negativit, il quale a sua volta pu cominciare a operare come segnale d'allarme. In questo schema il ragionamento (una stima cognitiva) precede la segnalazione somatica; ma questa  ancora l'elemento critico per l'attuazione, giacch si sa che i pazienti non possono operare normalmente pur conoscendo i mazzi buoni e quelli cattivi.
Vi , per, un'altra possibilit, secondo la quale una valutazione celata e non conscia precede qualsiasi processo cognitivo. Le reti prefrontali si affinerebbero, quanto al rapporto tra negativit e positivit proprio di ogni mazzo, sulla base della frequenza di stati somatici cattivi o buoni provati "dopo" la punizione o la ricompensa. Con il contributo di questa cernita automatica, il soggetto sarebbe aiutato a pensare alla possibile negativit o positivit di ciascun mazzo; vale a dire, sarebbe guidato verso una teoria sul gioco che sta giocando. Sistemi regolatori di base del corpo preparerebbero cos il terreno a un'elaborazione cognitiva, conscia. In assenza di siffatta preparazione, non si arriverebbe mai, o si arriverebbe troppo tardi e in misura insufficiente, a rendersi conto di che cosa  buono e che cosa  cattivo (10).


10.
IL CERVELLO PENSOSO DEL CORPO.


- "Niente corpo, mai mente".

Il corpo gli  andato al cervello  uno dei meno noti tra i celebri epigrammi di Dorothy Parker. Possiamo essere sicuri che l'arguzia sbrigliata della scrittrice non si sia mai rivolta alla neurobiologia, che ella non si stesse riferendo a William James e che non avesse mai sentito parlare di George Lakoff o di Mark Johnson - rispettivamente, un linguista e un filosofo che di certo hanno posto mente al corpo (1). Ma il suo gioco di parole potrebbe dare qualche sollievo al lettore infastidito dalle mie riflessioni sul cervello pensoso del corpo. Nelle pagine che seguono ritorner sull'idea che il corpo offre un riferimento di base alla mente.
Immaginate di stare tornando a casa a piedi, attorno alla mezzanotte (certo, dovete vivere in una citt nella quale ancora si torni a casa a piedi), e di rendervi conto all'improvviso che qualcuno continua a seguirvi, abbastanza da presso. In termini semplici, ecco quel che accade: il vostro cervello ravvisa la minaccia; evoca alcune opzioni di risposta; ne sceglie una; agisce su questa; in tal modo riduce o elimina il rischio. Come si  visto discutendo delle emozioni, per, le cose sono un po' pi complicate di cos. Gli aspetti chimici e neurali della risposta del cervello causano un profondo cambiamento del modo in cui operano tessuti e interi sistemi di organi. Ne sono modificati la disponibilit di energia e il tasso metabolico dell'organismo tutto, come pure la prontezza del sistema immunitario; il profilo biochimico complessivo dell'organismo attraversa rapide fluttuazioni; si contraggono i muscoli scheletrici che permettono alla testa, al tronco e agli arti di muoversi: segnali relativi a tutti questi cambiamenti vengono trasmessi al cervello, alcuni lungo vie neurali, altri lungo vie chimiche (nel flusso sanguigno), di modo che lo stato del corpo, che si  andato modificando di continuo, secondo dopo secondo, esercita un'influenza neurale e chimica sul sistema nervoso centrale, in diversi punti. Il risultato netto di questa come di altre situazioni simili  una marcata deviazione dall'andamento normale, sia in settori ristretti dell'organismo (cambiamenti locali) sia nell'organismo nel suo insieme (cambiamenti globali). Quel che  pi importante  che tali cambiamenti si verificano "sia" nel cervello "sia" nel corpo.
Oggi si conoscono molti esempi di tali complessi cicli di interazione; nonostante ci  consuetudine concepire corpo e cervello come separati, per struttura e per funzione. L'idea che sia l'intero organismo, anzich il corpo da solo o il cervello da solo, a interagire con l'ambiente, il pi delle volte riceve scarso credito, se mai viene presa in considerazione. Eppure quando vediamo, udiamo, tocchiamo, gustiamo, annusiamo, all'interazione con l'ambiente partecipano il corpo "e" il cervello.
Immaginate di contemplare uno dei vostri paesaggi preferiti: entra in gioco ben pi che la rtina o le cortecce visive del cervello. Si potrebbe dire che, mentre la cornea  passiva, il cristallino e l'iride non solo lasciano passare la luce ma correggono la propria forma e dimensione reagendo alla scena che gli si apre davanti. Diversi muscoli muovono e orientano il bulbo oculare per seguire gli oggetti nel modo pi efficace, mentre la testa e il collo si dispongono nella posizione migliore. Se questi (e altri) assestamenti non hanno luogo, di fatto non riuscite a vedere molto; ed essi dipendono da segnali che vanno dal cervello al corpo e da segnali correlati che vanno dal corpo al cervello.
Successivamente, i segnali riguardanti il paesaggio vengono elaborati all'interno del cervello. Vengono attivate strutture subcorticali come i collicoli superiori, e anche le cortecce sensitive di ordine inferiore e le diverse stazioni della corteccia di associazione e del sistema limbico connesse con quelle cortecce. Via via che le rappresentazioni disposizionali di quelle aree cerebrali attivano internamente la conoscenza relativa al paesaggio, il resto del corpo partecipa al processo. Presto o tardi, i visceri sono portati a reagire alle immagini che vedete e a quelle che la vostra memoria sta generando all'interno e che sono attinenti a ci che vedete. Alla fine, quando del paesaggio visto si  formato un ricordo, questo sar una registrazione neurale di molti dei cambiamenti dell'organismo appena descritti: alcuni hanno luogo nel cervello stesso (l'immagine costruita per il mondo esterno, insieme con le immagini costituite a partire dal ricordo), altri hanno luogo nel corpo.
Percepire l'ambiente, quindi, non pu ridursi al cervello che riceve segnali diretti da un certo stimolo, tanto meno al cervello che riceve figure dirette. L'organismo si modifica attivamente, in modo che l'interfaccia possa prodursi al meglio; il corpo non  passivo. Forse  altrettanto importante osservare che la ragione per la quale la maggior parte delle interazioni con l'ambiente ha luogo  che l'organismo le richiede al fine di mantenere l'omeostasi - la condizione di equilibrio funzionale. L'organismo agisce di continuo sull'ambiente (per prime vennero azioni ed esplorazione), cos da poter favorire le interazioni necessarie alla sopravvivenza; ma per riuscire con successo a evitare il pericolo, a procurarsi con efficienza cibo, sesso e riparo, esso deve sentire l'ambiente (odorarlo, gustarlo, toccarlo, udirlo, vederlo) in modo da potere intraprendere le azioni appropriate in reazione a ci che viene sentito. Percepire  tanto ricevere segnali dall'ambiente quanto agire su di esso.
Sulle prime, l'idea che la mente derivi dall'organismo intero preso come un insieme pu apparire contraria all'intuizione. Non  molto che il concetto di mente ha lasciato l'etereo non luogo che occupava nel diciassettesimo secolo per muovere verso la residenza attuale, nel cervello o in quei dintorni: una collocazione ancora pi che dignitosa, anche se ottenuta dopo una sorta di degradazione. In termini di biologia evoluzionistica, di ontogenia (cio di sviluppo individuale) e di funzionamento corrente, suggerire che la mente in s dipenda dalle interazioni tra corpo e cervello pu sembrare azzardato. Ma seguitemi: quello che io sto suggerendo  che, certo, la mente scaturisce dall'attivit dei circuiti neurali, molti dei quali per vennero foggiati, nell'evoluzione, dai requisiti funzionali dell'organismo; si avr una mente normale solo se quei circuiti contengono rappresentazioni di base dell'organismo, e continuano a tenere sotto osservazione gli stati dell'organismo in azione. In breve, i circuiti neurali rappresentano con continuit l'organismo, mentre esso  perturbato da stimoli provenienti dall'ambiente fisico e da quello socioculturale, e mentre agisce su tali ambienti. Se l'oggetto fondamentale di tali rappresentazioni non fosse un organismo ancorato nel corpo, potremmo s avere qualche forma di mente, ma dubito che sarebbe la mente che abbiamo.
Non sto affermando che la mente  nel corpo; sto affermando che il contributo del corpo al cervello non si riduce agli effetti modulatori o al sostegno delle operazioni vitali, ma comprende anche un "contenuto" che  parte integrante del funzionamento della mente normale.

Torniamo all'esempio della passeggiata di mezzanotte verso casa. Il vostro cervello ha ravvisato una minaccia (la persona che vi segue) e d inizio a diverse, complicate catene di reazioni neurali e biochimiche. Alcune battute di questa sceneggiatura interna sono scritte nel corpo, altre nel cervello, e tuttavia, anche se siete un esperto e sapete tutto della neurofisiologia e della neuroendocrinologia sottese, non potete distinguere nettamente quel che vi accade nel cervello da quel che vi accade nel corpo. Siete consapevoli di essere in pericolo; di essere fortemente allarmati - e forse dovreste accelerare il passo; di avere accelerato il passo, di essere infine, si spera, fuori pericolo. Il voi di questo episodio  in un sol pezzo; in effetti si tratta di una costruzione mentale molto reale, che chiamer s (in mancanza di un termine migliore) e che si basa su attivit coinvolgenti l'intero organismo, cio il corpo e il cervello.
Verr data pi avanti una sommaria descrizione di quel che a mio avviso occorre alla base neurale del s; qui voglio per affermare subito che il s  uno stato biologico ripetutamente ricostruito; "non"  un minuscolo individuo (il famigerato omuncolo) che se ne sta all'interno del vostro cervello a contemplare quel che succede. Se qui lo cito ancora,  solo per ribadire al lettore che non faccio affidamento su di esso: non serve invocare un omuncolo che vede, o pensa, o quant'altro, nel cervello, perch allora sarebbe naturale chiedersi se anche nel cervello di tale omuncolo si celi un altro essere ancor pi minuscolo che vede, o pensa, eccetera, e cos via all'infinito [Nota*: In realt, credo che sarebbe meglio parlare di regresso infinito nello spazio, per far notare che il vero problema sta nella creazione di una serie di matrioske, di bamboline russe, una dentro l'altra.] Questa particolare spiegazione, che pone il problema di un regresso all'infinito, non spiega un bel nulla. Devo anche osservare che l'avere un s, un s individuale,  del tutto compatibile con l'affermazione di Dennett secondo la quale non vi  alcun teatro cartesiano in qualche angolo del nostro cervello. Vi , certo, un s per ogni organismo (fatta eccezione per quei casi in cui un disturbo cerebrale ne ha creato pi di uno, come accade nelle sindromi da personalit multipla, oppure ha menomato o soppresso l'unico s normale, come accade in certe forme di anosognosia e in certi tipi di attacchi epilettici); ma il s che d soggettivit alla nostra esperienza non  un ente centrale di conoscenza, un incaricato con il compito di ispezionare tutto ci che accade nella mente.
Perch lo stato biologico del s si verifichi, bisogna che siano integri e in piena attivit numerosi sistemi cerebrali e anche numerosi sistemi corporei. Supponete che vengano recisi "tutti" i nervi che portano al corpo i segnali del cervello; il vostro stato corporeo cambierebbe in modo radicale, e cos pure, di conseguenza, la vostra mente. Anche un arresto parziale degli scambi cervello-corpo (come si ha in pazienti con lesioni al midollo spinale) modifica lo stato della mente (2).
I filosofi ben conoscono l'esperimento immaginario del cervello in una vasca: si immagina che un cervello, rimosso dal corpo cui apparteneva, venga mantenuto in vita immerso in una soluzione nutritizia, e venga stimolato - attraverso i moncherini dei nervi - nello stesso identico modo in cui sarebbe stimolato se fosse ancora racchiuso nel cranio (3). Vi  chi crede che siffatto cervello avrebbe esperienze mentali normali; ora, a parte la sospensione di incredulit indispensabile per immaginare questo esperimento (e in verit qualsiasi "Gedankenexperiment"), io credo invece che esso non avrebbe una mente normale. In mancanza degli stimoli "uscenti", diretti al corpo come campo d'azione, capaci di contribuire al rinnovarsi e al modificarsi degli stati corporei, ne risulterebbero sospesi l'innesco e la modulazione di quegli stati che, quando vengono ripresentati al cervello, costituiscono ci che a me sembra il fondamento del senso di essere vivi. E se fosse possibile, al livello dei nervi recisi, imitare configurazioni realistiche di segnali entranti come se provenissero dal corpo? In tal modo il cervello scorporato avrebbe una mente normale. Questo sarebbe certo un esperimento suggestivo e interessante da fare, e sospetto che in tali condizioni il cervello potrebbe s avere "una qualche" mente. Ma l'elaborazione ulteriore non avrebbe fatto altro che creare un surrogato del corpo, cos confermando in definitiva che per un cervello normalmente fornito di mente occorrono input di tipo corporeo. Non sarebbe verosimile, invece, che anche in questa versione perfezionata gli input corporei ripetessero in modo realistico la variet di configurazioni che gli stati corporei assumono quando sono innescati da un cervello impegnato a compiere valutazioni.
In breve, le rappresentazioni che il cervello costruisce per descrivere una situazione, e i movimenti elaborati come risposta, dipendono da mutue interazioni tra corpo e cervello. Via via che il corpo cambia, per influenze chimiche e neurali, le rappresentazioni che il cervello ne costruisce si evolvono; alcune rimangono non consce, mentre altre raggiungono la coscienza. Allo stesso tempo, al corpo continuano ad affluire segnali provenienti dal cervello, alcuni in modo deliberato e altri in modo automatico, provenienti da settori del cervello le cui attivit non hanno rappresentazione diretta nella coscienza. Il risultato  che il corpo si modifica ancora, e quindi si modifica l'immagine che se ne ha.
Gli eventi mentali sono il risultato dell'attivit che si svolge nei neuroni del cervello; ma vi  una storia precedente e indispensabile che essi devono narrare: la storia del disegno e del funzionamento del corpo.
La supremazia del corpo  un motivo che risuona nell'evoluzione: dal semplice al complesso, per milioni di anni, il cervello si  occupato in primo luogo dell'organismo che lo detiene. In misura minore lo si ritrova anche nello sviluppo di ciascuno di noi in quanto individui, cosicch agli inizi vi furono dapprima rappresentazioni del corpo e solo in seguito rappresentazioni relative al mondo esterno - e in una misura ancora pi piccola, ma non trascurabile, relative all'adesso, allorch costruiamo la mente del momento.

Fare scaturire la mente da un organismo anzich da un cervello staccato dal corpo  compatibile con un certo numero di ipotesi.
Innanzitutto, quando nel corso dell'evoluzione furono selezionati cervelli abbastanza complessi da generare non solo risposte motorie (azioni), ma anche risposte mentali (immagini nella mente), ci avvenne, con ogni probabilit, perch quelle risposte mentali rafforzavano la capacit di sopravvivenza dell'organismo con uno dei seguenti mezzi (o con tutti): un migliore apprezzamento delle circostanze esterne (per esempio, percependo un maggior numero di particolari di un oggetto, localizzandolo con pi esattezza nello spazio, eccetera); un affinamento delle risposte motorie (cos da colpire un bersaglio con maggiore precisione); una previsione delle conseguenze future attraverso la formazione di scenari e la pianificazione di azioni che portino a realizzare, tra gli scenari immaginati, quelli migliori.
In secondo luogo, dato che la sopravvivenza cos orientata da una mente era intesa alla sopravvivenza dell'intero organismo, ai primordi le rappresentazioni di quei cervelli dovettero riguardare il corpo, in termini di struttura e stati funzionali, ivi incluse le azioni interne ed esterne con le quali l'organismo rispondeva all'ambiente. Non sarebbe stato possibile regolare e proteggere l'organismo senza rappresentarne l'anatomia e la fisiologia a un livello di dettaglio sia di base sia "presente".
Lo sviluppo di una mente, che in realt significa sviluppo di rappresentazioni delle quali si possa acquisire coscienza come immagini, offr agli organismi un nuovo modo di adattarsi a circostanze ambientali che non si sarebbero potute prevedere nel genoma. E' probabile che la base di tale adattabilit abbia avuto inizio con la costruzione di immagini del corpo in funzione, cio immagini del corpo che risponde all'ambiente esternamente (ad esempio usando un arto) e internamente (regolando lo stato dei visceri).
Se il cervello si  evoluto in primo luogo per assicurare la sopravvivenza del corpo, allora quando comparvero cervelli dotati di mente essi cominciarono con il por mente al corpo. E per tutelare la sopravvivenza del corpo con la pi grande efficacia possibile, la natura - io credo - si imbatt in una soluzione molto potente: "rappresentare il mondo esterno in termini di modificazioni che esso provoca nel corpo", cio rappresentare l'ambiente modificando le rappresentazioni primordiali del corpo ogni volta che si ha un'interazione tra organismo e ambiente.
Che cos' e dove si trova tale rappresentazione primordiale? Io credo che essa abbracci: 1) la rappresentazione di stati di regolazione biochimica in strutture del midollo allungato e dell'ipotalamo; 2) la rappresentazione dei visceri, ivi inclusi non solo gli organi della testa, del torace e dell'addome, ma anche le masse muscolari e la pelle - che agisce come un organo e costituisce il confine dell'organismo, la supermembrana che racchiude ciascuno di noi come un'unit; 3) la rappresentazione dell'intelaiatura muscoloscheletrica e dei suoi movimenti potenziali. Queste rappresentazioni, che sono distribuite in diverse regioni cerebrali (come ho gi indicato nei capitoli 4 e 7), devono essere coordinate da connessioni di neuroni. Come spiegher fra breve, credo che la rappresentazione della pelle e dell'intelaiatura muscoloscheletrica possa avere un ruolo importante nell'assicurare la coordinazione.
Quando si pensa alla pelle, per prima cosa viene fatto di immaginarla come un esteso strato sensoriale, rivolto verso l'esterno, che attraverso il senso del tatto ci aiuta a costruire forma, superficie, struttura e temperatura degli oggetti esterni. Ma essa  molto di pi. In primo luogo,  una protagonista essenziale della regolazione omeostatica:  controllata da segnali nervosi autonomi diretti provenienti dal cervello e da segnali chimici che le arrivano da numerose fonti. Quando si arrossisce o si impallidisce, il rossore o il pallore si verificano nella pelle viscerale, non in quella nota come sensore per il tatto. Nel suo ruolo di viscere (ed essa , in effetti, il viscere pi grande di tutto il corpo), la pelle contribuisce a regolare la temperatura corporea, aumentando o riducendo il diametro dei vasi sanguigni che contiene, e a regolare il metabolismo mediando gli scambi ionici (come avviene quando si suda). Gli ustionati gravi rischiano di morire non perch hanno perduto una parte integrante del loro senso del tatto, ma perch la pelle  un viscere indispensabile.
Secondo la mia idea, il complesso somatosensitivo del cervello (specialmente quello dell'emisfero destro, negli esseri umani) rappresenta la nostra struttura corporea facendo riferimento a un disegno del corpo nel quale vi sono parti centrali (il tronco, la testa), parti appendicolari (gli arti) e un confine. Una rappresentazione della pelle potrebbe essere il mezzo naturale per indicare il confine del corpo, poich essa  un'interfaccia rivolta sia all'interno dell'organismo sia all'ambiente con il quale l'organismo interagisce.
Questa mappa dinamica dell'intero organismo, ancorata al disegno del corpo e al confine di esso, non sarebbe prodotta in una sola area cerebrale, ma piuttosto in diverse aree, per mezzo di schemi di attivit neurale coordinati nel tempo. La rappresentazione con mappe indifferenziate delle attivit del corpo, al livello del midollo allungato e dell'ipotalamo (dove l'organizzazione topografica dell'attivit neurale  minima), sarebbe connessa a regioni cerebrali nelle quali  sempre maggiore la disponibilit di organizzazione topografica del flusso di segnali: le cortecce dell'insula e le cortecce somatosensitive note come S1 e S2 (4). La rappresentazione sensoriale di tutte le parti che hanno una possibilit di movimento sarebbe connessa a vari siti e livelli del sistema motorio la cui attivit pu indurre attivit muscolare. In altre parole, l'insieme dinamico di mappe come lo concepisco io  somato-motorio.
L'esistenza delle strutture che ho brevemente richiamato  fuori discussione. Non posso garantire che esse operino nel modo da me descritto, o che abbiano il ruolo che attribuisco loro - ma la mia ipotesi pu essere esaminata e studiata. Nel frattempo, si noti che in mancanza di un dispositivo come questo non saremmo mai in grado di localizzare nel nostro corpo, sia pure in modo approssimativo, dolore o fastidio - per quanto imprecisi si possa essere nel farlo; non saremmo in grado di avvertire pesantezza alle gambe dopo essere stati a lungo in piedi, o senso di disordine all'addome, o la nausea e l'affaticamento che sono la spia del "jet lag" e che noi localizziamo pressoch nell'intero corpo.
Supposto che la mia ipotesi possa trovare elementi a sostegno, discutiamone alcune implicazioni. La prima  che la maggior parte delle interazioni con l'ambiente avviene "in un luogo" entro il confine del corpo, quale che sia il senso (il tatto o qualsiasi altro) impegnato, perch gli organi di senso esistono in una data localizzazione, entro la vasta mappa geografica di tale confine. La formazione e l'invio di segnali implicanti interazioni dell'organismo con i suoi dintorni possono ben essere elaborati facendo riferimento alla mappa complessiva del confine del corpo. Un senso particolare (ad esempio la vista) ha un suo "luogo di elaborazione particolare" (in questo caso gli occhi) all'interno di tale confine.
Perci i segnali provenienti dall'esterno risultano essere doppi: qualcosa che si vede, o che si ode, eccita il particolare senso della vista, o dell'udito, come segnale non corporeo, ma eccita anche un segnale corporeo proveniente dal punto della pelle nel quale  entrato il primo segnale. Un particolare senso, quando  impegnato, produce una doppia serie di segnali: la prima viene dal corpo, ha origine l dove e ubicato l'organo di senso in questione (l'occhio per la vista, l'orecchio per l'udito) e viene convogliata al complesso motorio e somatosensitivo che in modo dinamico rappresenta l'intero corpo come una mappa funzionale. La seconda serie viene dall'organo di senso e viene rappresentata nelle unit sensitive pertinenti a quella modalit sensoriale (nel caso della vista, tali unit comprendono le cortecce visive di ordine inferiore e i collicoli superiori).
Tale assetto avrebbe una conseguenza pratica: quando si vede, non ci si limita a vedere, ma "si sente anche di star vedendo qualcosa con i propri occhi". Il cervello elabora segnali riguardanti il fatto che l'organismo  impegnato in un punto preciso della mappa di riferimento del corpo (ad esempio gli occhi e i muscoli che li controllano), o riguardanti le particolarit visive di ci che sta eccitando le rtine.
Io penso che la conoscenza acquisita dall'organismo toccando un oggetto, vedendo un panorama, udendo una voce o muovendosi nello spazio lungo una certa traiettoria, fosse rappresentata con riferimento al corpo in azione. Agli inizi non vi era alcun toccare, o vedere, o udire, o muoversi, di per s; vi era, piuttosto, un "sentimento del corpo" quando questo toccava, o vedeva, o udiva, o si muoveva.
In larga misura, tale assetto sarebbe stato mantenuto. E' corretto descrivere la nostra percezione visiva come un sentimento del corpo quando vediamo, e noi certamente sentiamo che vediamo con gli occhi anzich, poniamo, con la fronte. (Sappiamo anche che vediamo con gli occhi perch, se li chiudiamo, le immagini visive si dileguano; ma tale inferenza non equivale al naturale sentire di vedere con gli occhi). E' vero che l'attenzione posta nell'elaborazione visiva di per s tende a renderci in parte inconsapevoli del corpo; tuttavia, se insorgono dolore, inquietudine o emozione, l'attenzione pu essere focalizzata istantaneamente sulle rappresentazioni corporee, e il sentimento del corpo lascia allora lo sfondo per portarsi al centro della scena.
In realt si  assai pi consapevoli dello stato complessivo del corpo di quanto si riconosca di solito; ma  evidente che con l'evolversi di vista, udito e tatto aumentava di pari passo l'attenzione usualmente destinata al rispettivo componente della percezione complessiva. Cos la percezione del corpo il pi delle volte era lasciata esattamente l dove essa faceva (e fa) il lavoro migliore: "sullo sfondo". Quest'idea si accorda bene con il fatto che negli organismi semplici, in aggiunta al precursore di un senso del corpo (che deriva dal confine dell'intero corpo dell'organismo, la pelle), vi sono precursori dei sensi particolari (vista, udito, tatto), come si pu cogliere dal modo in cui il confine dell'"intero" corpo pu rispondere (rispettivamente alla luce, alle vibrazioni, al contatto meccanico). Anche in un organismo privo di sistema visivo si pu trovare un precursore della vista, sotto forma di fotosensibilit diffusa a tutto il corpo: l'idea stimolante  che, quando una parte specializzata del corpo (gli occhi) imbriglia e sfrutta la fotosensibilit, quella stessa parte abbia un sito specifico nel disegno complessivo del corpo. (L'idea che gli occhi si siano evoluti a partire da zone fotosensibili risale a Darwin; in modo analogo  stata ripresa da Nicholas Humphrey) (5).
Nella maggior parte dei casi di funzionamento percettivo regolare, il sistema somatosensitivo e quello motorio sono impegnati simultaneamente, insieme con il sistema (o i sistemi) sensitivi opportuni per gli oggetti percepiti. Questo  vero anche quando il sistema sensitivo opportuno dovesse essere il componente esterocettivo (ovvero orientato in senso esterno) del sistema somatosensitivo. Quando tocchiamo un oggetto, quindi, dalla pelle si dipartono due serie di segnali locali: la prima riguarda forma e struttura dell'oggetto; la seconda  connessa con i punti del corpo attivati dal contatto con l'oggetto e dal movimento di braccio e mano. Si aggiunga che, dato che l'oggetto pu generare una successiva reazione corporea, pertinente al suo valore emotivo, poco dopo tale reazione il sistema somatosensitivo viene impegnato nuovamente. Dovrebbe risultare evidente che  quasi inevitabile un'elaborazione corporea, indipendentemente dalla natura di ci che facciamo o pensiamo. E' probabile che non si possa concepire la mente senza che essa sia in qualche modo "incorporata"; questa nozione fa spicco nelle proposte teoriche di George Lakoff, di Mark Johnson, di Eleanor Rosch, di Francisco Varela, di Gerald Edelman (6).
Ho discusso l'idea con svariati interlocutori e, se la mia esperienza pu essere indicativa, credo che la maggioranza dei lettori non avr difficolt ad accoglierla, e solo pochi la troveranno estremistica o errata. Ascoltando gli scettici, ho appreso che la loro pi forte obiezione nasce da ci che essi avvertono come la mancanza di una forte esperienza presente di alcunch di corporeo, quando pensano. Non mi sembra un problema, perch io non sto suggerendo che le rappresentazioni corporee dominino il paesaggio della nostra mente (salvo che nei momenti di sconvolgimento emotivo). Per quanto riguarda il momento presente, io penso che le immagini dello stato corporeo stiano sullo sfondo, in generale non oggetto di attenzione ma pronte a balzare in primo piano. Inoltre, io do pi rilievo alla "storia dello sviluppo" dei processi cervello/mente anzich al momento presente. Credo che immagini dello stato corporeo siano state gli indispensabili mattoni e impalcature di ci che esiste adesso; ma senza alcun dubbio ci che esiste adesso  dominato da immagini non corporee.
Un'altra fonte di scetticismo  la nozione che il corpo fu s importante nell'evoluzione del cervello, ma esso  cos intimamente e permanentemente simbolizzato nella struttura cerebrale che non  pi necessario che sia presente nel ciclo. Questa  una posizione estrema. Sono d'accordo che il corpo  ben simbolizzato nella struttura cerebrale, e che simboli del corpo possono essere usati come se fossero segnali corporei presenti; ma preferisco, per tutte le ragioni gi esposte, pensare che il corpo rimanga nel ciclo. Occorre solo aspettare che si accumulino altri elementi di prova, per decidere sul merito dell'idea qui suggerita. Nel frattempo, chiedo agli scettici di pazientare.

- "Il corpo come riferimento di base".

Le rappresentazioni primitive del corpo in attivit ci fornirebbero una cornice temporale e spaziale, una metrica alla quale riportare le altre rappresentazioni. La rappresentazione di quello che ora costruiamo come uno spazio tridimensionale sarebbe generata nel cervello, sulla base dell'anatomia e degli schemi di movimento del corpo nell'ambiente.
C' una realt esterna, ma ci che noi ne sappiamo giungerebbe per opera del corpo in attivit, attraverso rappresentazioni delle sue perturbazioni. Noi non sapremmo mai quanto la nostra conoscenza sia fedele alla realt assoluta: quello che ci occorre avere (e io credo che l'abbiamo)  una solida coerenza nelle costruzioni della realt che il nostro cervello produce e condivide con altri.
Si pensi all'idea di gatto: noi dobbiamo costruire una qualche immagine del modo in cui il nostro organismo tende a essere modificato da una classe di entit che arriveremo a conoscere come gatti, e occorre che lo facciamo in modo coerente, sia su scala individuale sia con riferimento al gruppo umano nel quale viviamo. Tali rappresentazioni dei gatti, sistematiche e coerenti, sono di per s reali. Sono reali le nostre menti, sono reali le nostre immagini di gatti, sono reali i nostri sentimenti riguardo ai gatti. Accade che tale realt mentale, neurale, biologica, sia la nostra realt. Rane o pesci che guardino ai gatti li vedono in modo differente, e lo stesso vale per i gatti stessi.
Ma la cosa pi importante  forse questa: le rappresentazioni primitive del corpo in attivit potrebbero avere un ruolo nella coscienza, offrendo un nucleo alla rappresentazione neurale del s e quindi un riferimento naturale per ci che accade all'organismo, all'interno o all'esterno del suo confine fisico. Il riferimento di base nel corpo elimina il bisogno di attribuire a un omuncolo la produzione della soggettivit. Vi sarebbero, invece, stati successivi dell'organismo, ognuno con una rappresentazione neurale nuova, in mappe multiple concertate, momento per momento, e ognuno tale da fissare il s che esiste in quel momento.

- "Il s neurale".

Io ho un enorme interesse per il tema della coscienza, e sono convinto che la neurobiologia possa cominciare ad accostarvisi. Alcuni filosofi (tra i quali John Searle, Patricia Churchland e Paul Churchland) hanno esortato i neurobiologi a studiare la coscienza, e sia filosofi sia neurobiologi (per esempio Francis Crick, Daniel Dennett, Gerald Edelman, Rodolfo Llins) hanno cominciato a formulare teorie (7). Ma il presente libro non ha per argomento la coscienza, per cui limiter i miei commenti a un aspetto, che  pertinente alla discussione fatta su immagini, sentimenti e marcatori somatici. Esso riguarda la base neurale del s: comprenderla potrebbe gettare un po' di luce sul processo della soggettivit, che e una propriet essenziale della coscienza.
Prima, per,  bene chiarire che cosa intendo per s; per questo, esporr un'osservazione che mi  capitato pi volte di fare su pazienti colpiti da disturbi neurologici. Quando in un paziente si produce incapacit a ravvisare volti che gli erano familiari, o a vedere i colori, o a leggere, o quando certi pazienti non riescono pi a riconoscere motivi musicali, a comprendere quel che gli si dice, a esprimersi verbalmente, salvo rare eccezioni essi riferiscono che sta accadendo loro qualcosa, qualcosa di nuovo e insolito, che possono osservare, sforzarsi di capire e spesso descrivere con perspicacia e concretezza. Quel che colpisce  che la teoria della mente implicita in tali descrizioni suggerisce che essi localizzano il problema in una parte della loro persona, che essi ispezionano dal punto di vista della propria individualit. Il quadro di riferimento non differisce da quello che adotterebbero se dovessero considerare un problema riguardante le ginocchia, o i gomiti. Le eccezioni, come ho detto, sono rare: certi pazienti colpiti da grave afasia possono non essere cos acutamente consapevoli del deficit di cui soffrono, e non daranno un resoconto chiaro degli eventi che si succedono nella loro mente. Di solito, per, viene ricordato bene anche il momento preciso in cui il deficit si present (spesso queste condizioni hanno un inizio brusco e netto). Innumerevoli volte ho sentito pazienti descrivermi la loro esperienza dell'orribile momento in cui si produsse una lesione cerebrale e quindi una menomazione cognitiva o motoria: Mio Dio, che cosa mi sta succedendo?  espressione frequente. Nessuno di questi complicati deficit viene mai riferito a un'entit vaga, o al tizio della casa accanto: quello che succede succede al soggetto.
E ora vediamo come vanno le cose con i pazienti affetti dalla forma completa di anosognosia di cui gi ho parlato. N secondo la mia esperienza n secondo tutti i resoconti che ho potuto leggere, questi pazienti danno descrizioni simili a quelle dei pazienti del capoverso precedente. Nessuno esclama: Dio, com' strano che io non senta pi alcuna parte del mio corpo, e che tutto quello che  rimasto di me sia la mente!; nessuno sa dirvi "quando" cominci il disturbo: essi non lo sanno, a meno che qualcuno glielo dica. Diversamente dai pazienti a cui ho fatto riferimento prima, nessuno dei colpiti da anosognosia sa riferire il disturbo al s.
E' ancora pi curioso osservare che pazienti con una menomazione solo parziale del senso del corpo possono riferire il disturbo al s:  quello che accade ai pazienti con anosognosia transitoria, oppure con asomatognosia. Particolarmente indicativo  il caso di quella paziente affetta da perdita temporanea del senso della struttura corporea nella sua interezza e del senso del confine corporeo (su entrambi i lati, destro e sinistro), e tuttavia perfettamente consapevole delle proprie funzioni viscerali (respirazione, battito cardiaco, digestione): la paziente era in grado di specificare la propria condizione come l'inquietante perdita di una parte del suo corpo, ma non del suo essere. In qualunque momento sopravvenisse un nuovo episodio di perdita parziale del senso del corpo, aveva ancora un s - un s piuttosto allarmato, per la verit. La paziente fu vittima di attacchi, che insorsero da una lesione dell'emisfero destro, piccola ma criticamente localizzata, all'intersezione delle diverse mappe somatosensitive di cui ho parlato in precedenza: la lesione offendeva l'insula anteriore, cio la regione che a mio giudizio  cruciale per il senso dei visceri. Una terapia anti attacchi pose rapidamente fine a tali episodi.
Ed ecco come io interpreto la condizione dei soggetti colpiti da anosognosia completa: il danno che essi hanno subto ha distrutto in parte il substrato del s neurale. Perci, essendo menomata la loro capacit di elaborare gli stati corporei presenti, essi sono in grado di costruire uno stato del s che  ridotto, basandosi su informazione vecchia e che diventa sempre pi vecchia di minuto in minuto.

L'accento posto sul s non significa che io stia qui parlando dell'autocoscienza, poich io vedo il s e la soggettivit che esso genera come necessari per la coscienza in generale, non solo per l'autocoscienza; n l'interesse per il s significa che altre caratteristiche della coscienza siano meno importanti, o meno suscettibili di uno studio neurobiologico. Il processo di produzione di immagini e lo stato di vigilanza e "arousal" che per questo sono necessari sono altrettanto pertinenti quanto il s, del quale facciamo esperienza come osservatori e detentori di tali immagini. Tuttavia il problema della base neurale del s e quello della base neurale per la formazione di immagini non stanno al medesimo livello, n dal punto di vista cognitivo n dal punto di vista neurale. Non si pu avere un s senza vigilanza, senza "arousal", senza formazione di immagini, ma  tecnicamente possibile essere all'erta e pronti a reagire e con le immagini gi formate in vari settori del cervello e della mente, pur avendo un s compromesso. In casi estremi, l'alterazione patologica della vigilanza e della prontezza di reazione provoca torpore, stato vegetativo e coma, condizioni nelle quali il s scompare del tutto, come hanno mostrato Fred Plum e Jerome Posner in una classica descrizione (8). Possono per aversi alterazioni patologiche del s senza che siano distrutti quei processi di base: lo si vede in pazienti colpiti da certi tipi di attacchi o da anosognosia completa.
Ancora qualche cenno di precisazione, per poter proseguire: quando ricorro alla nozione di s, non intendo in alcun modo suggerire che "tutti" i contenuti della mente siano ispezionati da un singolo osservatore e detentore - tanto meno che tale entit risieda in un unico sito cerebrale. Dico, nondimeno, che le nostre esperienze tendono ad avere una prospettiva coerente, come se davvero vi fosse un osservatore e detentore per la maggior parte dei contenuti, seppure non per tutti. Io immagino che tale prospettiva sia radicata in uno stato biologico relativamente stabile, incessantemente ripetuto. Sorgenti della stabilit sono la struttura e il funzionamento - in larghissima misura invarianti - dell'organismo e gli elementi in evoluzione dei dati autobiografici.
La base neurale del s, a mio parere, sta in una continua riattivazione di almeno due insiemi di rappresentazioni. Il primo riguarda le rappresentazioni di elementi chiave dell'autobiografia di un individuo, sulla base dei quali si pu ricostruire ripetutamente una nozione di identit, mediante parziale attivazione in mappe sensitive topograficamente organizzate. L'insieme delle rappresentazioni disposizionali che descrivono una qualsiasi delle nostre autobiografie riguarda un gran numero di fatti categorizzati che definiscono la nostra persona: che cosa facciamo, chi e che cosa ci piace, quali tipi di oggetti usiamo, quali luoghi frequentiamo e quali azioni compiamo pi spesso. Si pu vedere questo insieme di rappresentazioni come un dossier del tipo di quelli che ben sapeva preparare J. Edgar Hoover, salvo il fatto che non  contenuto in schedari, bens nelle cortecce di associazione di molti siti cerebrali. E poi, in aggiunta a tali categorizzazioni, vi sono gli eventi, unici, del nostro passato, che vengono costantemente attivati come rappresentazioni proiettate su mappe: dove viviamo e lavoriamo, quale lavoro svolgiamo, qual  il nostro nome e quello dei nostri amici e parenti pi stretti, della nostra citt, del paese, eccetera. Infine, nella memoria disposizionale recente, vi  una raccolta di eventi vicini nel tempo, insieme con una loro approssimativa proiezione temporale, e anche una raccolta di progetti, un certo numero di eventi immaginari che intendiamo far accadere, o ci aspettiamo che accadano. Progetti ed eventi immaginari costituiscono ci che io chiamo memoria del possibile futuro, tenuta in rappresentazioni disposizionali proprio come qualsiasi altro ricordo.
In breve, l'incessante riattivazione di immagini aggiornate riguardanti la nostra identit (una combinazione di ricordi del passato e del futuro progettato) costituisce una parte considerevole dello stato del s come io lo intendo.
Il secondo insieme di rappresentazioni sottese dal s neurale  dato dalle rappresentazioni primitive del corpo di un individuo, a cui ho fatto accenno in precedenza: non solo come il corpo  stato in generale, ma anche come  stato "ultimamente", appena prima del processo che ha portato alla percezione dell'oggetto X (questo punto  importante: come si vedr pi avanti, io credo che la soggettivit dipenda in larga parte dai cambiamenti che hanno luogo nello stato del corpo durante e dopo l'elaborazione di X). Ci abbraccia, necessariamente, stati di fondo del corpo e stati emotivi. La rappresentazione complessiva del corpo costituisce la base per un concetto di s, quasi nel modo in cui una raccolta di rappresentazioni di forma, dimensioni, colore, struttura e gusto pu costituire la base del concetto di arancia. I primi (sia dal punto di vista dell'evoluzione sia da quello dello sviluppo) segnali corporei hanno contribuito a formare un concetto di base del s, che ha offerto il riferimento di fondo per ogni altra cosa che accadesse all'organismo - inclusi gli stati corporei presenti che "di continuo" erano inglobati nel concetto di s e subito divenivano stati passati. (Sono questi i predecessori e il fondamento della nozione di s secondo la concezione di Jerome Kagan) (9). Quello che accade a noi "adesso" sta in effetti accadendo a un concetto di s che  basato sul passato, ivi incluso il passato che era presente solo un momento fa.
Lo stato del s viene costruito da cima a fondo in ogni momento;  uno stato di riferimento evanescente, di continuo ricostruito con tale coerenza che il possessore non se ne accorge mai, a meno che durante questo rifacimento qualcosa non vada per il verso sbagliato. Il sentimento di fondo di adesso, o il sentimento di un'emozione di adesso, insieme con i segnali sensoriali non corporei di adesso, toccano il concetto di s quale  rappresentato nell'attivit coordinata di molteplici regioni cerebrali. Ma il nostro s (o meglio, il nostro metas) impara riguardo a quell'adesso solo un istante pi tardi. Colgono in modo lapidario questa essenza le considerazioni di Pascal sul passato, sul presente e sul futuro che ho citato in apertura del capitolo 8 (lo stesso pu dirsi per il riferimento di Edelman al presente ricordato). Il presente diviene di continuo passato, e intanto che lo scorriamo ci troviamo in un altro presente, consumato in una pianificazione del futuro che compiamo poggiando il piede sui gradini del passato. Il presente non  mai qui. Noi siamo irrimediabilmente in ritardo, per la coscienza.
Vorrei affrontare, infine, quello che  forse il punto pi critico. Attraverso quale esercizio di prestidigitazione un'immagine dell'oggetto X e uno stato del se (entrambi esistenti come momentanee attivazioni di rappresentazioni topograficamente organizzate) generano la soggettivit che caratterizza le nostre esperienze? Anticipo la risposta dicendo che ci dipende dal fatto che il cervello crea una descrizione, e che tale descrizione si dispiega in immagini. Allorch nelle cortecce sensitive di ordine inferiore si formano immagini corrispondenti a un'entit appena percepita (ad esempio un volto), "il cervello reagisce a queste immagini": ci accade perch i segnali che da esse scaturiscono vengono trasmessi a svariati nuclei subcorticali (ad esempio l'amigdala, il talamo) e a molte regioni corticali, e perch quei nuclei e quelle regioni corticali contengono disposizioni per rispondere a certe classi di segnali. Il risultato finale  una attivazione delle rappresentazioni disposizionali nei nuclei e nelle regioni corticali, con la conseguenza di indurre una serie di cambiamenti nello stato dell'organismo. A loro volta, questi cambiamenti alterano in un istante l'immagine corporea, e in tal modo turbano la caratterizzazione "presente" del concetto del s.
Il processo di risposta implica conoscenza, ma di sicuro non implica che un qualsiasi componente del cervello sappia che si stanno generando risposte alla presenza di un'entit. Quando il cervello di un organismo genera un insieme di risposte a un'entit, l'esistenza di una rappresentazione del s non fa sapere al s che l'organismo corrispondente sta rispondendo. Il s come lo abbiamo descritto finora non pu "sapere". Potrebbe tuttavia sapere un processo definibile metas, a condizione che: 1) il cervello creasse qualche forma di "descrizione della perturbazione dello stato dell'organismo" risultante dalle risposte del cervello alla presenza di un'immagine; 2) la descrizione "generasse un'immagine del processo di perturbazione"; 3) l'immagine del "s perturbato" venisse dispiegata insieme o in rapida interpolazione con l'immagine che ha innescato la perturbazione. In breve, questa descrizione riguarda la "perturbazione dello stato dell'organismo", come risultato delle risposte del cervello all'immagine dell'oggetto X. Essa non fa uso del linguaggio, anche se pu essere tradotta nel linguaggio.
Il solo avere un'immagine non  sufficiente, anche facendo appello all'attenzione e alla consapevolezza, perch l'una e l'altra sono propriet di un s che fa esperienza di immagini - cio che  reso consapevole delle immagini alle quali  intento. Ma nemmeno  sufficiente avere le immagini "e anche" un s. Dire che l'immagine di un oggetto  riferita alle immagini che costituiscono il s, o  correlata con esse, non  un'affermazione particolarmente utile: non si capirebbe in che cosa consistano il riferimento o la correlazione, o che cosa ottengano. Rimarrebbe del tutto misterioso in quale modo da tale processo emerga la soggettivit.
Si considerino, ora, le seguenti possibilit. Innanzitutto, il cervello possiede un terzo insieme di strutture neurali, che non  quello su cui si fonda l'immagine di un oggetto, e nemmeno quello che sorregge le immagini del s, ma che  interconnesso con entrambi, nei due sensi. In altre parole,  il tipo di insieme di neuroni di terza persona che  stato chiamato zona di convergenza e al quale abbiamo fatto appello come substrato neurale per costruire rappresentazioni disposizionali in tutto il cervello, nelle regioni corticali come nei nuclei subcorticali.
Si immagini ora che tale insieme, "quando l'organismo  perturbato dalla rappresentazione dell'oggetto", riceva segnali sia da questa sia dalla rappresentazione del s. Si immagini, cio, che esso costruisca "una rappresentazione disposizionale del s nel processo di cambiamento mentre l'organismo risponde a un oggetto". Non vi sarebbe alcunch di misterioso, in questa rappresentazione disposizionale, che risulta proprio del tipo di quelle che il cervello  straordinariamente bravo a contenere, foggiare e rimodellare. Sappiamo anche che il cervello ha tutta l'informazione che occorre per costruire tale rappresentazione disposizionale. Poco dopo avere visto un oggetto e averne avuto una rappresentazione nelle cortecce visive di ordine inferiore, si hanno anche molte rappresentazioni dell'organismo che reagisce all'oggetto, in varie regioni somatosensitive.
La rappresentazione disposizionale che io ho in mente non  creata n percepita da un omuncolo e (come  tipico di tutte le disposizioni)  in grado di riattivare, nelle cortecce sensitive di ordine inferiore alle quali  connessa, un'immagine di ci a cui la disposizione attiene: un'immagine somatosensoriale dell'organismo che risponde a un particolare oggetto.
Infine, si consideri che tutti gli ingredienti da me descritti (un oggetto che viene rappresentato, un organismo che risponde all'oggetto della rappresentazione, uno stato del s nel processo di cambiamento dovuto alla risposta dell'organismo all'oggetto) sono tenuti simultaneamente nella memoria operativa e sono seguiti (l'uno accanto all'altro, o in rapida interpolazione) nelle cortecce sensitive di ordine inferiore. Io suggerisco che la soggettivit emerga nel corso dell'ultimo passo, quando il cervello produce non solo immagini di un oggetto, non solo immagini delle risposte dell'organismo all'oggetto, ma immagini di un terzo tipo, cio immagini di un organismo nell'atto di percepire un oggetto e di rispondervi. Credo che la prospettiva soggettiva scaturisca dal contenuto delle immagini di questo terzo tipo.
Il dispositivo neurale minimo capace di produrre soggettivit richiede allora: cortecce sensitive di ordine inferiore, ivi incluse quelle somatosensitive; regioni di associazione corticali, sensitive e motorie; nuclei subcorticali (in particolare talamo e gangli basali) con propriet di convergenza, capaci di agire come insiemi di terza persona.
Tale dispositivo non richiede il linguaggio. La costruzione del metas che io propongo  puramente non verbale: una vista schematica dei principali protagonisti secondo una prospettiva che  esterna a entrambi. In effetti, questa costituisce, momento per momento, una documentazione narrativa non verbale di quel che accade a quei protagonisti. Si pu realizzare la narrazione senza linguaggio, usando gli strumenti elementari di rappresentazione dei sistemi sensitivo e motorio nello spazio e nel tempo. Non vedo ragione per cui animali privi di linguaggio non dovrebbero esserne capaci.
Agli esseri umani, il linguaggio offre la capacit di una narrazione del secondo ordine: esso pu produrre narrazioni verbali, a parte quelle non verbali, ed emergerebbe da tale processo la raffinata forma di soggettivit che ci caratterizza. Il linguaggio forse non costituisce la sorgente del s, ma di certo  la sorgente dell'io.
Non sono a conoscenza di altre proposte specifiche per dare una base neurale alla soggettivit; ma siccome questa  una caratteristica chiave della coscienza,  opportuno notare, sia pure brevemente, i punti di contatto tra la mia proposta e le altre avanzate in questo campo.
L'ipotesi di Francis Crick sulla coscienza si concentra sul problema della produzione di immagini e omette completamente quello della soggettivit: non perch egli lo ignori, ma perch ha deciso di non occuparsene, per ora, dubitando che si possa affrontarlo per via sperimentale. La sua scelta e la sua cautela sono del tutto legittime; ma non vorrei che, rimandando la considerazione della soggettivit, ci trovassimo incapaci di interpretare in modo corretto i dati empirici riguardanti la produzione e la percezione di immagini.
Quanto all'ipotesi di Daniel Dennett, essa attiene all'estremo alto della coscienza, ai prodotti finali della mente. Egli conviene sull'esistenza di un s, ma non si volge a considerarne le basi neurali e invece si concentra sui meccanismi che potrebbero consentire di creare l'esperienza di un flusso di coscienza. E' interessante osservare che, al livello di processo, egli ricorre a una nozione di costruzione di sequenze (la sua macchina virtuale joyciana) non dissimile da quella di costruzione di immagini che impiego io, a un livello precedente e pi basso. Sono sicuro, comunque, che il mio dispositivo per generare la soggettivit non  la macchina virtuale di Dennett.
La mia proposta condivide una caratteristica importante con quanto sostiene Gerald Edelman sulle basi neurali della coscienza, e cio il riconoscimento di un s biologico impregnato di valori. (Tra i teorici contemporanei, Edelman si pu dire sia stato l'unico ad accordare importanza ai valori innati nei sistemi biologici). Egli per limita il s biologico ai sistemi omeostatici subcorticali, mentre io lo incorporo in effettivi sistemi a base corticale e ammetto che i prodotti della loro attivit divengano sentimenti. Sono diversi, quindi, i processi che io descrivo e le strutture necessarie - nel mio schema - per compierli. Inoltre, io non so dire quanto la mia nozione di soggettivit corrisponda alla nozione di coscienza primaria di Edelman.
William James pensava che nessuna psicologia ragionevole potesse mettere in dubbio l'esistenza di s personali; egli credeva che la psicologia non potesse fare cosa peggiore che togliere significato a tali s. Oggi, forse, egli sarebbe lieto di scoprire che la base neurale del s ha trovato ipotesi plausibili, seppure non ancora provate.
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11. LA PASSIONE DEL RAGIONARE.
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All'inizio del libro ho suggerito che i sentimenti influenzino in forte misura la ragione, che i sistemi cerebrali richiesti dai primi siano fusi in quelli necessari per la seconda e che tali sistemi specifici si intreccino con quelli che regolano il corpo.
In generale i fatti fin qui esposti confortano le mie ipotesi, che tuttavia restano tali, e sono presentate nella speranza che possano suscitare altri studi ed essere sottoposte a revisione quando nuove scoperte si aggiungeranno. Sembra davvero che i sentimenti dipendano da uno specifico sistema a molti componenti, che  indissociabile dalla regolazione biologica; sembra davvero che la ragione dipenda da specifici sistemi cerebrali, e accade che alcuni di questi elaborino i sentimenti. Pu quindi esistere un tracciato di collegamento (in termini anatomici e funzionali) dalla ragione ai sentimenti al corpo. E' come se noi fossimo posseduti da una passione per la ragione: un impulso che ha origine nel nucleo del cervello, permea gli altri livelli del sistema nervoso ed emerge sotto forma di sentimenti o inclinazioni inconsce a guidare il processo di decisione. La ragione (da quella pratica a quella teoretica) probabilmente  costruita su questa spinta intrinseca mediante un processo che assomiglia all'abile esercizio di una competenza o di una capacit. Tolta tale spinta, non si pu acquisire alcuna maestria; ma averla non basta per diventare automaticamente un maestro.
Se le mie ipotesi fossero confermate, ne deriverebbero implicazioni di natura socioculturale per il punto di vista che la ragione non  mai pura? Io credo di s, e credo che esse siano in larga misura positive.
Sapere che i sentimenti possono essere importanti nei processi della ragione non suggerisce che questa sia meno importante di quelli, che rispetto ai sentimenti la ragione debba essere posta in secondo piano, che debba essere coltivata meno. Al contrario, una valutazione attenta del ruolo diffuso dei sentimenti pu consentirci di esaltarne gli effetti positivi e di attenuarne la potenziale nocivit. In particolare, senza sminuire il valore orientativo dei normali sentimenti, si protegger la ragione dalle pecche che i sentimenti anormali o la manipolazione dei sentimenti normali possono introdurre nel processo di pianificazione e decisione.
Non credo che conoscere i sentimenti ci renderebbe meno propensi alle conferme empiriche; quel che riesco a vedere  che una maggiore conoscenza della fisiologia di emozioni e sentimenti dovrebbe renderci pi consapevoli delle insidie dell'osservazione scientifica. La mia esposizione non dovrebbe farci meno determinati a controllare le circostanze esterne, a vantaggio di singoli e societ, o meno risoluti a inventare, sviluppare o perfezionare gli strumenti culturali che possono migliorare il mondo: etica, leggi, arti, scienza, tecnologia. In altre parole, nella mia esposizione nulla spinge ad accettare le cose cos come sono. Devo insistere su questo punto, perch spesso basta menzionare i sentimenti per evocare un'immagine di sollecitudine auto-orientata, di noncuranza per il mondo esterno, di indulgenza verso livelli meno alti di prestazione intellettuale. Ma questo  proprio l'esatto contrario della mia posizione, e un assillo in meno per quanti (come il biologo molecolare Gunther Stent) hanno giustamente paventato che una sopravvalutazione dei sentimenti potesse indebolire la determinazione a promuovere il patto faustiano che ha dato il progresso all'umanit (1).
Quello che turba me  che si riconosca l'importanza dei sentimenti senza sforzarsi di comprenderne il complesso apparato biologico e socioculturale. L'esempio migliore di tale atteggiamento si pu trovare nel tentativo di spiegare i sentimenti feriti o i comportamenti irrazionali facendo appello a cause sociali di superficie o all'azione di neurotrasmettitori (due spiegazioni ampiamente diffuse nei mezzi di comunicazione di massa - stampa e cinema o televisione); come pure nel tentativo di risolvere problemi personali e sociali con il ricorso a sostanze medicinali e anche non medicinali. E' motivo di allarme proprio tale mancata comprensione della natura dei sentimenti e della ragione (uno dei contrassegni della cultura del piagnisteo) (2).
L'idea di organismo umano delineata in questo libro, e la relazione tra sentimenti e ragione che emerge dai risultati fin qui discussi, suggeriscono tuttavia che un rafforzamento della razionalit richieda di accordare maggiore attenzione alla vulnerabilit del mondo di dentro.
Su un versante pi pratico, il ruolo dei sentimenti nel farsi della razionalit si ripercuote su alcune questioni sociali; in particolare su quelle della istruzione e della violenza. Non  questa la sede per affrontarle in modo adeguato, ma voglio osservare almeno che, se si mettessero in piena luce le inequivocabili connessioni tra sentimenti presenti e futuri esiti previsti, i sistemi educativi potrebbero trarne beneficio; inoltre, un'eccessiva esposizione dei minori alla violenza - nella vita reale, nei notiziari, negli spettacoli - degrada il valore delle emozioni e dei sentimenti per l'acquisizione e l'attuazione di un comportamento sociale adattativo. Il fatto che tanta violenza sostitutiva venga presentata senza una cornice morale di riferimento ha solo l'effetto di aggravarne l'azione desensibilizzante.

- "L'errore di Cartesio".

Non sarebbe stato possibile esporre i miei punti di vista, in questa conversazione, senza citare Cartesio, simbolo di una serie di idee sul corpo, sul cervello e sulla mente che in un modo o nell'altro continuano a influenzare la scienza e la cultura occidentali. A me provocano disagio, come si  visto, sia la concezione dualistica per la quale Cartesio scinde la mente dal cervello e dal corpo (e che, nella versione estrema,  meno dominante), sia le varianti moderne di essa: l'idea, per dirne una, che mente e cervello siano s in relazione, ma solo nel senso che la mente  il programma (il software) che gira in un pezzo di hardware di un calcolatore chiamato cervello; oppure che il cervello e il corpo siano s in relazione, ma solo nel senso che il primo non pu sopravvivere senza il supporto vitale del secondo.
Qual era, allora, l'errore di Cartesio? O meglio, "quale" errore di Cartesio io intendo isolare, senza rispetto n gratitudine? Si potrebbe cominciare con una rimostranza: rimproverargli di avere convinto i biologi ad adottare (fino ai nostri giorni) meccanismi simili a orologi come modelli per i processi della vita. Ma questo forse non sarebbe proprio corretto; e allora si potrebbe continuare con il Penso dunque sono. L'enunciato, il pi famoso di tutta la storia della filosofia, appare per la prima volta in francese (Je pense donc je suis) nella parte quarta del "Discours de la mthode" (1637) e poi in latino (Cogito ergo sum) nella parte prima dei "Principia Philosophiae" (1644) (3). Preso alla lettera, esso esprime esattamente il contrario di ci che io credo vero riguardo alle origini della mente e riguardo alla relazione tra mente e corpo; esso suggerisce che il pensare, e la consapevolezza di pensare, siano i veri substrati dell'essere. E siccome sappiamo che Cartesio immaginava il pensare come un'attivit affatto separata dal corpo, esso celebra la separazione della mente, la cosa pensante ("res cogitans"), dal corpo non pensante, dotato di estensione e di parti meccaniche ("res extensa").
E tuttavia, assai prima dell'alba dell'umanit gli esseri erano esseri. A un certo punto dell'evoluzione, una coscienza elementare ebbe inizio. Con essa arriv una mente, semplice; aumentando la complessit della mente, sopravvenne la possibilit di pensare e, ancora pi tardi, di usare il linguaggio per comunicare e organizzare meglio il pensiero. Per noi, allora, all'inizio vi fu l'essere e solo in seguito vi fu il pensiero; e noi adesso, quando veniamo al mondo e ci sviluppiamo, ancora cominciamo con l'essere e solo in seguito pensiamo. Noi siamo, e quindi pensiamo; e pensiamo solo nella misura in cui siamo, dal momento che il pensare  causato dalle strutture e dalle attivit dell'essere.
Se proviamo a ricollocare l'enunciato cartesiano nel contesto a cui appartiene, possiamo chiederci se potrebbe avere un significato diverso da quello che ha assunto. E' possibile leggerlo come il riconoscimento della superiorit del sentire e del ragionare consci, senza alcuna presa di posizione riguardo alla loro origine, sostanza o persistenza? E' possibile che esso sia servito al sagace scopo di contenere pressioni religiose delle quali Cartesio era ben consapevole? Questa seconda possibilit non vi  modo di accertarla. Sulla propria tomba, Cartesio volle che fosse apposta una frase di Ovidio: Bene qui latuit, bene vixit ("Tristia", 3, 4, v. 25), alla quale (sembra) egli fece ricorso di frequente. E' vissuto bene chi bene si  celato: una criptica abiura dal dualismo, forse? Quanto alla prima, di possibilit, io credo d'altra parte che Cartesio intendesse "anche" precisamente quello che scrisse. Alla comparsa di quelle celebri parole, egli gioisce della scoperta di una proposizione cos irrefutabilmente vera che non v' scetticismo in grado di incrinarla:
E notando che questa verit: "io penso, dunque sono", era cos solida e sicura che tutte le pi stravaganti supposizioni degli scettici non erano capaci di scuoterla, giudicai di poterla accogliere senza scrupolo come il primo principio della filosofia che cercavo (4).
Qui Cartesio voleva giungere a un fondamento logico per la propria filosofia, e il suo enunciato non differiva dal Fallor ergo sum di sant'Agostino (5). Ma poche righe pi avanti egli chiarisce la propria affermazione in modo che non si presta a equivoci:
Pervenni in tal modo a conoscere che io ero una sostanza, la cui intera essenza o natura consiste nel pensare, e che per esistere non ha bisogno di alcun luogo, n dipende da alcuna cosa materiale. Di guisa che questo io, cio l'anima, per opera della quale io sono quel che sono,  interamente distinta dal corpo, ed  anzi pi facile a conoscere di questo; e anche se questo non fosse affatto, essa non cesserebbe di essere tutto quello che  (6).
Eccolo, l'errore di Cartesio: ecco l'abissale separazione tra corpo e mente - tra la materia del corpo, dotata di dimensioni, mossa meccanicamente, infinitamente divisibile, da un lato, e la stoffa della mente, non misurabile, priva di dimensioni, non attivabile con un comando meccanico, non divisibile; ecco il suggerimento che il giudizio morale e il ragionamento e la sofferenza che viene dal dolore fisico o da turbamento emotivo possano esistere separati dal corpo. In particolare: la separazione delle pi elaborate attivit della mente dalla struttura e dal funzionamento di un organismo biologico.

Ma perch - si potrebbe obiettare - far tante questioni con Cartesio e non con Platone, le cui opinioni sul corpo e sulla mente, quali si possono ritrovare nel "Fedone", sono assai pi irritanti? Perch prendersela per questo particolare errore di Cartesio - che, dopo tutto, ne fece anche altri, e pi marchiani? Ad esempio, egli credette che fosse il calore a fare circolare il sangue, e che le minuscole, finissime particelle di sangue si distillassero in spiriti animali, capaci di muovere i muscoli. Perch non criticarlo per queste sue convinzioni? La ragione  semplice: si sa da molto tempo che su questi punti egli si sbagliava, e la questione di come e perch il sangue circoli  stata risolta nel modo pi soddisfacente. Non si pu dire lo stesso per quanto riguarda mente, cervello e corpo, e qui l'errore di Cartesio mantiene una certa influenza: molti ancora pensano che le sue opinioni siano di per s evidenti, e che non richiedano alcun riesame.
L'idea cartesiana di una mente scissa dal corpo pu essere stata, attorno alla met del ventesimo secolo, l'origine della metafora della mente come programma di software. Infatti, se la mente pu essere separata dal corpo, forse si pu tentare di comprenderla senza alcun ricorso alla neurobiologia, senza che occorra lasciarsi influenzare da conoscenze di neuroanatomia, di neurofisiologia, di neurochimica. Ed  interessante notare questo paradosso: molti scienziati cognitivisti, convinti di poter indagare la mente senza rifarsi alla neurobiologia, non si considererebbero dualisti.
Pu esservi qualche venatura cartesiana di separatezza dal corpo anche dietro il pensiero di quei neuroscienziati i quali sostengono che  possibile dare piena spiegazione della mente solo in termini di eventi cerebrali, lasciando ai margini il resto dell'organismo e l'ambiente fisico e sociale che lo circonda - e anche il fatto che parte dell'ambiente  essa stessa un prodotto delle precedenti attivit dell'organismo. Io respingo questa limitazione, non perch la mente non sia correlata in via diretta con l'attivit del cervello ( evidente che lo ), quanto perch la formulazione restrittiva  incompleta senza che ve ne sia necessit e insoddisfacente dal punto di vista umano: dire che la mente viene dal cervello  affermazione irrefutabile, ma io credo che sia meglio precisarla, e considerare le ragioni per le quali i neuroni del cervello si comportano in modo cos meditato:  questa, a mio parere, la questione critica.
Sembra, inoltre, che l'idea di una mente distaccata dal corpo abbia foggiato il peculiare modo in cui la medicina occidentale affronta lo studio e il trattamento della malattia (si veda il Post scriptum). La scissione cartesiana permea sia la ricerca sia la pratica medica; con il risultato che le conseguenze psicologiche delle malattie del corpo in senso stretto (le cosiddette vere malattie) di solito vengono trascurate, e prese in considerazione, semmai, solo in un secondo momento. Ancora pi trascurati sono i fenomeni inversi, cio gli effetti somatici di conflitti psicologici. E' suggestivo pensare che Cartesio contribu a modificare il corso della medicina, a far s che essa deviasse dall'orientamento organico, o meglio organismico (la-mente--nel-corpo), che era prevalso dai tempi di Ippocrate fino al Rinascimento. Quanto sarebbe stato infastidito da Cartesio, Aristotele, se l'avesse conosciuto!
Svariate versioni dell'errore di Cartesio celano che le radici della mente umana si trovano in un organismo biologicamente complesso ma fragile, finito e unico; tengono nell'ombra la tragedia implicita nel conoscere tale fragilit, finitezza e unicit. E se gli esseri umani non riescono a vedere l'intrinseco dramma di un'esistenza conscia, tanto meno si sentiranno chiamati a fare qualcosa per attenuarlo, e possono avere meno rispetto per il valore della vita.

I fatti che ho esposto riguardo a sentimenti e ragione, assieme agli altri che ho discusso sulle interconnessioni tra cervello e corpo, confortano l'idea generale presentata all'inizio del libro: una piena comprensione della mente umana richiede una prospettiva integrata: la mente non solo deve muovere da un cogito non fisico al regno dei tessuti biologici, ma deve anche essere correlata con un organismo intero, in possesso di un cervello e di un corpo integrati e in piena interazione con un ambiente fisico e sociale.
Ma la mente davvero intrisa nel corpo per come la vedo io non abbandona i livelli pi raffinati di attivit, quelli che ne costituiscono l'anima e lo spirito. Nella mia prospettiva, anima e spirito, con tutta la loro dignit e misura umana, sono ora stati, complessi e unici, di un organismo. Forse la cosa davvero indispensabile che noi come esseri umani possiamo fare  ricordare a noi stessi e agli altri, ogni giorno, la nostra complessit, fragilit, finitezza e unicit. E qui sta il difficile; non nel muovere lo spirito dal suo piedistallo sul nulla a un qualche sito, preservandone dignit e importanza, ma nel riconoscerne la vulnerabilit, le umili origini, e tuttavia continuare a fare appello alla sua guida. Compito difficile davvero, ma indispensabile, rinunciando al quale sarebbe assai meglio lasciare non corretto l'errore di Cartesio.
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POST SCRIPTUM.
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- "Il cuore umano in conflitto".
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Non  vero che la voce del poeta debba essere mera testimonianza dell'uomo; pu essere uno degli appoggi, dei pilastri che lo aiutano a resistere e a prevalere (1). Scritte attorno al 1950, queste parole di William Faulkner si applicano altrettanto bene anche oggi. Il pubblico al quale egli pensava di rivolgersi era quello dei suoi colleghi scrittori, ma avrebbe potuto anche destinarle a quelli di noi che studiano il cervello e la mente: la voce dello scienziato non deve essere una mera registrazione della vita quale essa ; la conoscenza scientifica pu essere un pilastro che aiuti gli esseri umani a resistere e a prevalere. Questo libro  stato scritto nella convinzione che la conoscenza in generale e quella neurobiologica in particolare abbiano una parte da recitare nel destino umano; che, purch noi lo vogliamo, una pi profonda conoscenza del cervello e della mente ci aiuter a conseguire quella felicit la cui brama fu il trampolino del progresso, due secoli fa, preservando la gloriosa libert che Paul Eluard ha descritto nella sua poesia "Libert" (2).
Nello stesso testo prima citato, Faulkner dice ai suoi colleghi scrittori che essi hanno dimenticato i problemi del cuore umano in conflitto con s stesso: l'unica cosa che pu dare buona scrittura, perch di questo soltanto vale la pena di scrivere, il tormento e il sudore. Agli scrittori egli chiede di non lasciare spazio, nelle loro esercitazioni, ad altro che non siano le antiche verit e certezze del cuore; le antiche, universali verit senza le quali ogni storia  effimera e condannata: amore e onore e piet e orgoglio e compassione e sacrificio.
E' allettante, e incoraggiante, credere (forse oltre gli intendimenti di Faulkner) che la neurobiologia possa aiutarci non solo a comprendere la condizione umana e a provarne piet, ma in tal modo anche a capire i conflitti sociali, contribuendo ad alleviarli. Con questo non si vuol suggerire che la neurobiologia possa salvare il mondo, ma soltanto che l'accumulo graduale di conoscenze sugli esseri umani pu aiutarci a trovare modi migliori di amministrare le umane vicende.
Da qualche tempo gli esseri umani si trovano in una fase nuova dell'evoluzione, una fase ricca di pensiero, in cui mente e cervello possono essere insieme servitori e padroni dei loro corpi e delle societ che essi costituiscono. Certo non mancano i rischi, quando menti e cervelli che hanno avuto origine dalla natura cominciano a fare gli apprendisti stregoni, per influenzare la natura stessa; ma anche il non raccogliere la sfida, il non tentare di ridurre al minimo la sofferenza comporta qualche rischio. In effetti, non fare nulla  enormemente rischioso; fare appena ci che va da s, in modo naturale, pu soddisfare solo quanti non riescono a immaginare mondi migliori e modi migliori, quanti credono che noi gi viviamo nel migliore dei mondi possibili (3).

- "La neurobiologia moderna e l'idea di medicina".

Se consideriamo il concetto di medicina e coloro che la praticano, nella nostra cultura, troviamo qualcosa di paradossale. Molti medici si interessano di arte, di letteratura, di filosofia; non pochi sono diventati eminenti poeti, o romanzieri, o autori di teatro; altri, poi, ci hanno dato riflessioni profonde sulla condizione umana nelle sue varie dimensioni: psicologica, sociale, politica. E tuttavia le scuole di medicina dalle quali essi provengono ignorano, in larga misura, questi versanti, e si concentrano piuttosto sulla fisiologia e sulla patologia del corpo. La medicina occidentale (e quella degli Stati Uniti in particolare) ha raggiunto mete gloriose attraverso l'espansione della medicina interna e delle varie branche della chirurgia, queste e quella mirando alla diagnosi e al trattamento di organi e sistemi malati, ivi incluso il cervello (o, pi precisamente, il sistema nervoso centrale e quello periferico), che  uno di tali sistemi di organi. Ma il suo prodotto pi prezioso, la mente,  stato poco considerato dal filone principale della medicina; esso, in effetti, non  stato l'oggetto centrale della disciplina (la neurologia) che  emersa dallo studio delle malattie del cervello. Forse non per caso la neurologia americana ha avuto inizio come una sotto-specializzazione della medicina interna, conquistandosi solo in questo secolo una propria autonomia.
Da questa tradizione deriva il fatto che la mente come funzione dell'organismo  stata vistosamente trascurata. Ancora oggi sono poche le scuole di medicina che offrono ai loro studenti una precisa formazione sulla mente normale - il che implicherebbe una forte presenza, nel piano di studi, di psicologia, neuropsicologia e neuroscienze. Si studiano la mente e i suoi disturbi quando si affrontano le malattie mentali; ma  sorprendente che gli studenti si occupino di psicopatologia senza aver mai seguto un corso di psicologia generale.
Si possono addurre diverse ragioni per spiegarlo; ragioni per lo pi riconducibili, secondo me, a una impostazione cartesiana. Negli ultimi tre secoli, gli studi di medicina e di biologia hanno voluto comprendere la fisiologia e la patologia del corpo, escludendone la mente, in buona misura lasciata alle cure della filosofia e della religione. Anche quando essa divenne il punto focale di una specifica disciplina (la psicologia), non riusc a guadagnarsi l'accesso alla biologia o alla medicina - almeno fino a tempi recenti. So che questo panorama ammette alcune lodevoli eccezioni, ma esse non fanno che rafforzare la mia idea sul quadro d'assieme.
Ne risulta che  stato amputato il concetto di umanit con il quale la medicina opera; e allora non sorprende che, in generale, le conseguenze sulla mente delle malattie del corpo siano prese in considerazione solo in un secondo momento, o non lo siano affatto. La medicina ha stentato a riconoscere che la percezione della propria condizione di salute da parte del paziente  un fattore importante, per l'esito della cura. Ancora troppo poco si sa sull'effetto placebo, attraverso il quale il paziente d una risposta pi positiva di quanto un dato intervento medico lascerebbe pensare. (L'effetto placebo pu essere stimato analizzando i risultati della somministrazione di pillole o iniezioni che, all'insaputa del paziente, non contengono alcun principio farmacologico attivo, per cui si presume che non dovrebbero esplicare alcuna influenza, n positiva n negativa). Per esempio, non sappiamo quali soggetti  pi probabile che rispondano con un effetto placebo, o se l'effetto possa manifestarsi in tutti i soggetti; nemmeno sappiamo fino a che punto possa spingersi, l'effetto placebo, e con quali differenze rispetto alla somministrazione del principio attivo. Poco sappiamo sui possibili modi di esaltarne la portata; e non abbiamo alcuna idea del grado di errore che l'effetto placebo pu avere creato per i cosiddetti studi in doppio cieco.
Si comincia finalmente ad accettare il fatto che disturbi psicologici, lievi o gravi, possono provocare malattie somatiche, ma ancora non si studiano le circostanze - e la misura - in cui ci pu avvenire. Eppure sono tutte cose che le nostre nonne conoscevano bene: esse sapevano dirci come il dolore, le preoccupazioni ossessionanti o gli eccessi d'ira facessero male al cuore, fossero causa di ulcera, minassero la costituzione fisica e ci rendessero pi facilmente soggetti a infezioni. Ma tutto ci era troppo folcloristico, troppo dolce, con riferimento alla scienza: e le cose andarono come andarono. C' voluto molto tempo perch la medicina cominciasse a scoprire che valeva la pena di considerare a fondo le basi di tale forma di saggezza umana.
Nella biologia e nella medicina occidentali, l'orientamento cartesiano, che portava a trascurare la mente, ha avuto due pesanti conseguenze negative. La prima nel campo strettamente scientifico:  stato ritardato di svariati decenni ogni serio sforzo di comprendere la mente in termini biologici generali; anzi  pi giusto dire che esso  a malapena cominciato. Meglio tardi che mai, certo; ma il ritardo significa anche che fin qui si  perduta qualsiasi possibile influenza che una profonda comprensione della biologia della mente avrebbe potuto esercitare.
La seconda conseguenza negativa riguarda l'efficacia della diagnosi e del trattamento delle malattie. E' sicuramente vero che i grandi medici sono stati non solo profondi conoscitori della fisiopatologia del loro tempo, ma anche individui capaci, grazie alla saggezza accumulata e alla propria intuizione, di leggere nel cuore umano in conflitto. Grazie a una "combinazione" di conoscenza e di talento, essi si sono dimostrati sagaci diagnostici e abilissimi operatori. Ma inganneremmo noi stessi se pensassimo che lo standard della pratica medica nel mondo occidentale sia quello definito da tali illustri esponenti. Una visione distorta dell'organismo umano, insieme con la soverchiante crescita delle conoscenze e con l'esigenza di specializzazioni sempre pi spinte contribuisce ad aggravare l'inadeguatezza della medicina, piuttosto che a ridurla. Non c'era proprio bisogno che sopravvenissero i problemi economici; ma si sono aggiunti anche questi, ed  certo che le prestazioni sanitarie ne saranno peggiorate.
Il pi vasto pubblico non ha ancora ben chiaro il problema della scissione tra corpo e mente nella medicina occidentale, anche se sembra averlo colto. Arrivo a pensare che il successo di alcune forme alternative di medicina, soprattutto di quelle che si rifanno a tradizioni non occidentali di terapia, possa rappresentare una risposta riequilibratrice al problema. Del resto, in esse qualcosa da ammirare e da imparare c', anche se - a prescindere dalla loro adeguatezza sul versante umano - quello che ci offrono non  sufficiente per trattare in modo efficace la malattia. Bisogna onestamente riconoscere che la medicina occidentale, anche quella mediocre, risolve un gran numero di problemi, e in modo decisivo. Ma le forme alternative di medicina indicano con forza un'area di lampante debolezza della tradizione medica occidentale, che richiede di essere corretta, in modo scientifico, rimanendo all'interno della medicina scientifica. Se, come io penso, il favore di cui attualmente godono le medicine alternative  una spia della diffusa insoddisfazione per l'incapacit, da parte della medicina tradizionale, di considerare l'individuo umano nella sua interezza, allora credo che tale insoddisfazione aumenter, negli anni a venire, con l'approfondirsi della crisi spirituale della societ occidentale.
L'offesa dei sentimenti, il dolore e la sofferenza individuali che disperatamente implorano sollievo, la perdita di un mai raggiunto senso di felicit e di equilibrio interiore (cui aspira la maggioranza degli esseri umani) non sembrano destinati ad attenuarsi tanto presto (4). Sarebbe sciocco chiedere alla sola medicina di curare una cultura malata; ma  altrettanto sciocco ignorare questi aspetti del malessere mano.

- "Una nota sui presenti limiti della neurobiologia".

Ho parlato, in questo libro, di fatti acquisiti, di fatti ancora discussi e di interpretazioni di fatti; di idee condivise o non condivise da molti degli scienziati che si occupano del cervello e della mente; di cose che stanno cos come io le espongo, e di cose che potrebbero stare nel modo in cui io le espongo. La mia insistenza nel ripetere che tanti fatti sono incerti, e che molto di ci che si pu dire sul cervello rientra piuttosto nella categoria delle ipotesi di lavoro, pu avere sorpreso il lettore. Mi piacerebbe poter affermare che si sa con certezza in qual modo il cervello produce la mente, ma non sono in grado di farlo, e temo che nessuno lo sia.
Aggiungo subito che la mancanza di risposte definitive sul tema mente/cervello non d motivo di disperare, n deve essere vista come spia di un fallimento dei settori scientifici che se ne occupano. Al contrario, il morale della truppa  alto, perch le nuove scoperte si susseguono a un ritmo che non  mai stato cos intenso. Mancano,  vero, descrizioni precise e interpretazioni complessive, ma ci non indica che si sia imboccato un vicolo cieco: anzi, vi  motivo di credere che si arriver a spiegazioni soddisfacenti, anche se sarebbe sconsiderato voler fissare una data d'arrivo, o peggio sostenere che esse sono dietro l'angolo. Se motivo di preoccupazione pu esservi, questo deriva non dalla mancanza di progressi, ma dal tumultuoso affluire di nuovi fatti che le neuroscienze propongono di continuo e che minacciano di ingolfare la nostra capacit di fare chiarezza.
Si potrebbe obiettare: perch, con una tale ricchezza di nuovi fatti, mancano ancora le risposte definitive? Perch non siamo in grado di spiegare esattamente e compiutamente in qual modo vediamo e, soprattutto, come avviene che vi sia un s che vede?
La principale (si potrebbe anche dire l'unica) ragione del ritardo  la complessit stessa dei problemi per i quali cerchiamo risposta. E' evidente che ci che vogliamo comprendere dipende in larga misura dal funzionamento dei neuroni. Della loro struttura e del loro modo di operare abbiamo una buona conoscenza, fino al livello delle molecole che ne sono i costituenti e che gli fanno fare quello che fanno meglio: scaricare, o conformarsi in schemi di eccitazione. Inoltre, sappiamo qualcosa sui geni che danno luogo ai neuroni e che li fanno operare in un certo modo. Ma  chiaro che la mente umana dipende dalla scarica globale di tutti quei neuroni, che formano insiemi complicati: dai circuiti microscopici a scala locale ai sistemi macroscopici estesi anche diversi centimetri. Nei circuiti di un cervello umano vi sono miliardi di neuroni; il numero delle sinapsi formate fra tali neuroni non  inferiore a 10 miliardi, e la lunghezza totale degli assoni che formano i circuiti di neuroni  dell'ordine delle svariate centinaia di migliaia di chilometri (per queste stime informali sono debitore a Charles Stevens, neurobiologo del Salk Institute). L'attivit di questi circuiti produce uno schema di scarica che viene trasmesso a un altro circuito; questo a sua volta pu scaricare oppure no, in dipendenza da una miriade di influenze: alcune locali, provenienti da altri neuroni che hanno termine nell'intorno, e altre globali, dovute a composti chimici (come gli ormoni) portati dal sangue. La dimensione temporale della scarica  estremamente piccola, dell'ordine delle decine di millisecondi: ci significa che nello spazio di un secondo della vita della mente il cervello produce milioni di schemi di scarica per un'ampia variet di circuiti distribuiti in varie regioni del cervello.
Dovrebbe quindi essere chiaro che non  possibile scoprire i segreti delle basi neurali della mente chiarendo tutti i misteri di un neurone isolato, a prescindere da quanto tipico esso possa risultare, o ricostruendo tutti gli intricati schemi di attivit locale in un tipico circuito di neuroni. In prima approssimazione, i segreti elementari della mente risiedono nell'interazione di schemi di scarica generati da molti circuiti di neuroni, localmente e globalmente, momento per momento, all'interno del cervello di un organismo vivente.
L'enigma mente/cervello non ammette un'unica, semplice risposta, ma piuttosto molte risposte, intonate alla miriade di componenti del sistema nervoso ai suoi vari livelli strutturali. Per comprendere questi livelli occorre fare ricorso a diverse tecniche e procedere a ritmi differenti. Il lavoro pu basarsi in parte su esperimenti con animali, con sviluppi relativamente rapidi, mentre quello da compiere su esseri umani proceder con pi lentezza, dovendosi osservare le opportune cautele e limitazioni.
E' stato chiesto come mai le neuroscienze non abbiano raggiunto esiti altrettanto spettacolari quanto quelli della biologia molecolare degli ultimi quattro decenni; qualcuno si  anche domandato quale possa essere, nelle neuroscienze, l'equivalente della scoperta della struttura del D.N.A., e se sia stato stabilito qualche fatto di pari importanza. Non si pu ravvisare una simile corrispondenza, anche se ad alcune acquisizioni riguardanti livelli diversi del sistema nervoso si potrebbe riconoscere un valore pratico confrontabile (ad esempio, la comprensione piena del potenziale d'azione). Ma l'equivalente vero non pu che essere "un disegno su grande scala di circuiti e sistemi", completo di descrizioni "a livello sia micro- sia macrostrutturale".
Per il lettore che dovesse giudicare insufficienti le considerazioni appena addotte per spiegare i limiti delle conoscenze attuali, ne aggiunger altre due. In primo luogo, come gi accennato, il fatto che solo una parte dei circuiti del cervello  specificata dai geni. Il genoma umano indica in modo preciso la costruzione del nostro corpo, ivi incluso il disegno globale del cervello; ma non tutti i circuiti si sviluppano e operano attivamente secondo impostazione dei geni. In un qualsiasi istante della vita di un individuo adulto, buona parte dei circuiti del suo cervello  personale e unica, giacch riflette la storia e le vicende di quel particolare organismo; e ci, come  facile capire, non semplifica il compito di svelare i misteri neurali. In secondo luogo, ogni organismo umano opera in collettivi di esseri simili; la mente e il comportamento degli individui membri di tali collettivi, operanti in dati ambienti fisici e culturali, non sono foggiati soltanto dai circuiti sopramenzionati, n tanto meno dai soli geni. Per raggiungere una comprensione soddisfacente del cervello che produce la mente umana e il comportamento umano  necessario valutarne il contesto culturale e sociale; e ci rende l'impresa scoraggiante.

- "Leve per la sopravvivenza".

In alcune specie animali (non di umani, e nemmeno di Primati) che presentano memoria, ragionamento e creativit limitati, si riscontrano tuttavia manifestazioni di comportamento sociale complesso il cui controllo neurale deve essere innato. Gli insetti (formiche e api, in particolare) offrono continui spettacolari esempi di cooperazione sociale al cui confronto l'Assemblea generale dell'ONU avrebbe di che vergognarsi. Pi vicini a noi, i mammiferi mostrano una certa abbondanza di tali manifestazioni; il comportamento di lupi, delfini, vampiri, suggerisce una struttura etica. E' chiaro che gli esseri umani posseggono alcuni degli stessi meccanismi innati, e che questi costituiscono la possibile base di alcune strutture etiche impiegate dagli esseri umani. Ma le pi elaborate convenzioni sociali su cui si basa la vita quotidiana devono avere avuto un'origine culturale e per via culturale devono essere state trasmesse.
Se  cos, quale pu essere stato l'agente che ha innescato lo sviluppo culturale di tali strategie? E' verosimile che esse si siano evolute come mezzo per affrontare le sofferenze provate da individui la cui capacit di ricordare il passato e di anticipare il futuro aveva raggiunto uno sviluppo apprezzabile. In altre parole, esse si sono evolute in individui capaci di rendersi conto che la loro sopravvivenza era minacciata, o che era possibile migliorare la qualit della vita, una volta sopravvissuti. Ma ci pu essere accaduto solo nelle poche specie animali il cui cervello era strutturato in modo da presentare, in primo luogo, un'ampia capacit di memorizzare categorie di oggetti e di eventi, nonch oggetti ed eventi singoli; cio di stabilire rappresentazioni disposizionali di entit ed eventi al livello di categorie e al livello di casi unici. In secondo luogo, occorreva un'ampia capacit di manipolare i componenti di quelle rappresentazioni memorizzate e di foggiare, per mezzo di combinazioni nuove, creazioni originali, la cui variet pi immediatamente utile era costituita da scenari immaginati: anticipazioni di esiti di azioni, elaborazione di piani per il futuro, concepimento di nuovi obiettivi capaci di rafforzare la sopravvivenza. In terzo luogo, un'ampia capacit di memorizzare le nuove creazioni sopra descritte, cio gli esiti previsti, i nuovi piani, i nuovi obiettivi. Queste creazioni memorizzate io le chiamo ricordi del futuro (5).
Se per poter affrontare la sofferenza fu necessario creare strategie sociali tali da potenziare la conoscenza del passato gi vissuto e del futuro previsto, resta da spiegare perch, innanzitutto, insorse la sofferenza. Per questo, occorre prendere in considerazione il senso - biologicamente assegnato - del dolore e del suo opposto, il piacere. La cosa curiosa  che i meccanismi biologici sottesi da ci che noi oggi chiamiamo piacere e dolore costituirono anche un motivo importante perch gli strumenti innati della sopravvivenza fossero selezionati e combinati cos come lo furono, nell'evoluzione, quando non vi era alcuna ragione o sofferenza individuale. Questo pu voler dire soltanto che lo stesso semplice dispositivo, applicato a sistemi aventi ordini di complessit assai differenti e in circostanze diverse, conduce a risultati differenti ma correlati. Il sistema immunitario, l'ipotalamo, le cortecce frontali ventromediane e la Dichiarazione dei Diritti hanno, alla radice, la stessa causa.

Dolore e piacere sono le leve di cui l'organismo ha bisogno perch le strategie istintive e quelle acquisite possano operare in modo efficiente. Con ogni probabilit, furono anche le leve che controllarono lo sviluppo di strategie per le decisioni sociali. Quando numerosi individui, riuniti in gruppi sociali, provarono le dolorose conseguenze di certi fenomeni naturali, sociali, psicologici, fu possibile lo sviluppo di strategie culturali e intellettuali che consentissero di affrontare l'esperienza del dolore e forse di ridurlo.
Dolore e piacere si hanno quando diveniamo consci di profili dello stato corporeo che costituiscono una chiara deviazione dalla gamma di base. La configurazione di stimoli e quella degli schemi di attivit cerebrale avvertite come dolore o come piacere sono poste a priori, nella struttura del cervello. Dolore e piacere si hanno perch i circuiti scaricano in un certo modo, e tali circuiti esistono perch sono stati istruiti geneticamente a formarsi in un certo modo. Le nostre reazioni al dolore e al piacere possono s essere modificate dall'educazione, ma esse sono comunque un esempio primario di fenomeni mentali che dipendono dall'attivazione di disposizioni innate.
E' opportuno distinguere almeno due componenti, nel piacere e nel dolore. Rispetto al primo, il cervello traccia la rappresentazione di una modificazione locale di stato corporeo, che viene riferita a una parte del corpo. Questa  una percezione somatosensoriale in senso proprio, derivante dalla pelle, o da una mucosa, o da una parte di un organo. Il secondo componente proviene da un pi generale cambiamento di stato corporeo - in effetti, un'emozione. Se diciamo piacere o dolore, ad esempio, questo  il nome dato al concetto di un particolare paesaggio del corpo che il nostro cervello sta percependo. Nel cervello, la percezione di tale paesaggio viene ulteriormente modulata da neurotrasmettitori e neuromodulatori, che influenzano la trasmissione di segnali e il funzionamento dei settori del cervello implicati nella rappresentazione del corpo. L'emissione di endorfine (la morfina endogena dell'organismo), che si legano ai recettori degli oppioidi (simili a quelli su cui agisce la morfina),  un fattore importante per la percezione di un paesaggio di piacere, che pu cancellare o attenuare la percezione di un paesaggio di dolore.
Un esempio di elaborazione del dolore servir a chiarire meglio quanto detto. A me sembra che le cose vadano in questo modo: a partire dalla stimolazione dei terminali nervosi in un'area somatica nella quale un tessuto  stato offeso (per esempio, il canale radicolare di un dente), il cervello costruisce una rappresentazione transitoria del cambiamento corporeo locale, che  differente dalle rappresentazioni precedenti della medesima area. Lo schema di attivit che corrisponde ai segnali di dolore e le caratteristiche percettive della rappresentazione risultante sono interamente assegnati dal cervello, ma per il resto non sono differenti, in termini neurofisiologici, da qualsiasi altro tipo di percezione corporea. Se tutto finisse qui, per, non si avvertirebbe altro che una particolare immagine di cambiamento corporeo, senza alcuna conseguenza molesta. Potrebbe non fare piacere, ma non se ne avrebbe alcun inconveniente. Quello che io sostengo  che "il processo non si ferma qui". L'innocente elaborazione dello stato corporeo innesca rapidamente un'ondata di ulteriori cambiamenti di stato corporeo che ne accentuano lo scostamento dalla gamma di base. "Lo stato che ne consegue  un'emozione, con un profilo particolare". Il sentimento spiacevole di sofferenza sar formato a partire dalle successive deviazioni dello stato corporeo. Ma perch, si potrebbe chiedere, queste vengono avvertite come sofferenza? La risposta : perch l'organismo dice cos. Siamo venuti alla vita con un meccanismo preorganizzato per darci l'esperienza del dolore e del piacere. La cultura e le vicende di ciascuno possono alterare la soglia alla quale il meccanismo viene innescato, o modificarne l'intensit, o offrirci i mezzi per smorzarlo; ma l'essenza del dispositivo  data.
A che cosa serve avere un tale meccanismo preorganizzato? Perch deve esservi questo stato addizionale di disturbo, anzich la sola immagine del dolore? Qui si pu solo chiederselo, ma il motivo deve avere qualcosa a che vedere con il fatto che la sofferenza ci mette sull'avviso: essa ci d la migliore protezione per la sopravvivenza, perch accresce la probabilit che gli individui prestino attenzione ai segnali di dolore e agiscano per allontanarne la fonte o per correggerne le conseguenze.
Se il dolore  una leva per il corretto dispiegamento di pulsioni e istinti, e per lo sviluppo di strategie di decisione connesse con tale dispiegamento, ne segue che le alterazioni della percezione del dolore dovrebbero essere accompagnate da menomazioni del comportamento; e sembra che cos accada. Gli individui portatori dalla nascita della bizzarra condizione nota come assenza congenita di dolore non arrivano ad acquisire strategie di comportamento normale; molti di essi sembrano perennemente soddisfatti e giulivi, nonostante che la loro condizione porti a danni alle articolazioni (non avvertendo dolore, questi soggetti le forzano ben oltre i limiti di tolleranza meccanica, e in tal modo si provocano strappi ai legamenti e alle capsule) o a ferite e ustioni gravi (sono incapaci di ritrarsi dal contatto con un oggetto rovente, o con una lama che penetra nella loro carne) (6). E' molto interessante scoprire che il loro comportamento presenta qualche deficit, perch essi possono ancora sentire piacere, e quindi essere influenzati da sentimenti positivi. Ma ancora pi affascinante  l'ipotesi che i dispositivi di leva intervengano non solo nello sviluppo, ma anche nel dispiegamento delle strategie di decisione acquisite. I soggetti con lesioni prefrontali mostrano curiose alterazioni della risposta al dolore; per esempio, in loro  intatta l'immagine localizzabile del dolore stesso, ma sono assenti le reazioni emotive che costituiscono parte integrante del processo del dolore, o quanto meno non  normale il sentimento che ne consegue. Riguardo a tale dissociazione, inoltre, bisogna ricordare anche i pazienti che hanno subto lesioni cerebrali di origine chirurgica a seguito di interventi per alleviare dolori cronici.
Vi sono condizioni neurologiche che comportano dolori frequenti e molto intensi, come ad esempio la nevralgia del trigemino, nota anche come "tic douloureux". (Nevralgia vuol dire dolore di origine neurale; il trigemino innerva i tessuti della faccia e porta segnali dalla faccia al cervello). Essa riguarda la faccia, in generale un solo lato e una zona particolare: ad esempio la guancia. Un gesto del tutto innocente come un tocco lieve sulla pelle, o perfino un leggero soffio di brezza che la sfiori, possono scatenare d'improvviso un dolore lancinante: chi ne  colpito sente la pelle straziata da una lama, o trafitta da mille aghi che penetrano fino all'osso. Finch questo tormento continua (e pu presentarsi di frequente), il paziente non riesce a pensare ad altro, non riesce a fare altro: tutta la sua esistenza ora  concentrata sul dolore, mentre il corpo si ritrae in una chiusura difensiva.
Talvolta la nevralgia mostra di resistere a ogni possibile medicamento, e si parla di condizione intrattabile, o refrattaria; in tali casi, si pu ricorrere alla neurochirurgia, unica via di sollievo. Nel passato (come si  visto nel capitolo 4) una possibile modalit di trattamento era la leucotomia prefrontale; e i risultati di tale intervento illustrano, meglio di qualsiasi altra circostanza, la distinzione tra il dolore in quanto tale (cio la percezione di una certa classe di segnali sensoriali) e la sofferenza (cio il sentimento che deriva dall'avvertire la reazione emotiva a quella percezione).
Quando ero allievo di Almeida Lima (il neurochirurgo che aiut Egas Moniz a sviluppare la tecnica dell'angiografia cerebrale e della leucotomia prefrontale, e che in effetti fu il primo a eseguire tale operazione), fui testimone di un episodio significativo. Oltre che ottimo chirurgo, Lima era anche un individuo dotato di grande umanit; perci aveva deciso di adottare una leucotomia modificata per affrontare i casi di dolore intrattabile, ed era convinto che fosse giustificabile ricorrere a tale procedura nei casi pi disperati. Una volta, egli volle che seguissi il suo modo di procedere fin dall'inizio. Ricordo nitidamente quel paziente, rannicchiato nel suo letto in attesa dell'operazione, quasi immobile, terrorizzato dall'idea che il minimo movimento potesse provocare altro dolore. Due giorni dopo l'operazione, quando Lima e io passammo a visitarlo durante il solito giro, ci trovammo di fronte un'altra persona: sereno e rilassato, giocava a carte con uno dei suoi compagni di stanza. Quando Lima gli chiese se il dolore lo tormentava ancora, egli lo guard e rispose con espressione sorridente: Oh, il dolore  lo stesso, ma adesso mi sento bene, grazie. L'operazione sembrava aver soppresso la reazione emotiva che  parte di ci che chiamiamo dolore: essa aveva posto fine alla sofferenza dell'uomo. L'espressione del volto, la voce, il modo di atteggiarsi erano quelli che si associano di solito a stati piacevoli, non al dolore. Ma sembrava che l'operazione avesse fatto poco all'immagine di alterazione locale della regione somatica fornita dal nervo trigemino, e questo  il motivo per cui il paziente affermava che il dolore era lo stesso. Il cervello non poteva pi generare sofferenza, ma esso produceva ancora immagini di dolore; cio elaborava normalmente la proiezione somatosensitiva (mappa) di un paesaggio di dolore (7). Oltre a ci che pu dirci riguardo ai meccanismi del dolore, questo esempio rivela la separazione tra l'immagine di un'entit (lo stato del tessuto biologico che  uguale a un'immagine di dolore) e l'immagine di uno stato corporeo che specifica l'immagine dell'entit a forza di giustapposizioni nel tempo.
Io credo che la neurobiologia e la medicina dovrebbero orientarsi in modo deciso ad alleviare la sofferenza del tipo descritto pi sopra. Un altro obiettivo, non meno importante, dovrebbe essere quello di alleviare la sofferenza nelle malattie mentali. Del tutto differente, e irrisolta,  la questione della sofferenza che scaturisce da conflitti personali e sociali, fuori dell'mbito medico. Oggi si tende a cancellare ogni distinzione e ad adottare l'orientamento medico per sopprimere qualunque tipo di disagio. I paladini di questa tendenza possono valersi di un'osservazione seducente: se un aumento del livello della serotonina, per esempio, pu non solo curare la depressione, ma anche ridurre l'aggressivit, rendere il soggetto meno timido, dargli maggiore fiducia, perch non sfruttare tale opportunit? Chi, se non un guastafeste bigotto, potrebbe negare a un altro essere umano i benefici di tali farmaci miracolosi? Ma il problema, ovviamente, sta nel fatto che la scelta non  chiara, per svariate ragioni. Innanzitutto, non ci sono noti gli effetti biologici di pi ampia portata dei farmaci. Restano poi altrettanto misteriose le conseguenze di un'assunzione su larga scala sociale di farmaci. In terzo luogo (e questa  forse la considerazione pi importante), se la soluzione proposta per la sofferenza individuale e sociale aggira le cause del conflitto individuale e sociale, non  verosimile che possa funzionare per molto tempo. Potr curare un sintomo, ma lascer intatte le radici del malessere.
Non ho detto molto del piacere. Dolore e piacere non sono gemelli, o immagini speculari l'uno dell'altro - almeno non per quanto concerne il loro ruolo come leve della sopravvivenza. Il pi delle volte  il segnale collegato al dolore che in qualche modo ci guida lontano da una minaccia incombente, per l'immediato o in un futuro prefigurato. E' difficile immaginare che possano sopravvivere individui e societ governati dalla ricerca del piacere quanto o pi che dalla fuga dal dolore. Questa opinione oggi trova conferma in alcuni sviluppi sociali di culture sempre pi edonistiche, oltre che nel lavoro che i miei colleghi e io stiamo conducendo sui correlati neurali delle emozioni. Sembra che vi sia una molto maggiore variet di emozioni negative che di emozioni positive, ed  evidente che il cervello impiega sistemi differenti per trattare le une e le altre. Forse pensava a qualcosa di simile Tolstoj quando scriveva, all'inizio di "Anna Karenina": Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice  infelice a suo modo.
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FINE.
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NOTE E FONTI BIBLIOGRAFICHE.
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INTRODUZIONE.
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N. 1. Mi sono sforzato, per quanto possibile, di togliere ogni ambiguit ai termini ragione, razionalit e decisione, ma devo aggiungere che il loro significato  spesso problematico, come si argomenter all'inizio del cap. 8. Non , questo, un problema mio, o del lettore; un dizionario di filosofia pubblicato nei nostri giorni cos dice, a proposito della ragione: In inglese, il termine "ragione" ha avuto, e ha tuttora, un gran numero e un'ampia variet di significati e di usi, legati l'uno all'altro in modi che sono spesso complicati e spesso non chiari... ("Encyclopedia of Philosophy", a cura di P. Edwards, Macmillan Publishing Co. & The Free Press, New York, 1967).
Come che sia, il lettore probabilmente trover del tutto convenzionale l'uso che io faccio dei termini ragione e razionalit. In generale, intendo per ragione la capacit di pensare e compiere inferenze in modo logico e ordinato, e per razionalit la qualit del pensiero e del comportamento che deriva dall'adattare la ragione a un contesto personale e sociale. Non impiego ragione e decisione in modo intercambiabile, giacch non tutti i processi di ragionamento sono seguiti da una decisione.
Il lettore scoprir anche che io non impiego nemmeno i termini emozione e sentimento in modo intercambiabile. In generale, intendo per emozione una serie di cambiamenti che avvengono sia nel cervello sia nel corpo, di solito stimolati da un particolare contenuto mentale. Il sentimento  la percezione di tali cambiamenti. Per un esame di tale distinzione si veda il cap. 7.
N. 2. Darwin, C. (1871), "The Descent of Man", Murray, London [trad. it. "L'origine dell'uomo", UTET, Torino, 1882].
N. 3. Chomsky, N. ( 1984), "Modular Approaches to the Study of the Mind", San Diego State University Press, San Diego,
N. 4. Flanagan, O. (1991), "The Science of the Mind", The MIT Press/Bradford Books, Cambridge, Mass.

CAPITOLO 1.
N. 1. Harlow, J.M. (1868), "Recovery from the passage of an iron bar through the head", in Publications of the Massachusetts Medical Society, 2, p.p. 327-47, e (1848-1849) "Passage of an iron rod through the head", in Boston Medical and Surgical Journal, 39, p. 389.
N. 2. Confronta nota 1.
N. 3. Williams, E., citato in Bigelow, H.J. (1850), "Dr. Harlow's case of recovery from the passage of an iron bar through the head", in American Journal of the Medical Sciences 19, p.p. 13-22.
N. 4. Confronta nota 3 (Bigelow).
N. 5. Confronta nota 1 (1868).
N. 6. West, N. ( 1939), "The Day of the Locust", cap. 1 [trad. it. "Il giorno della locusta", Einaudi, Torino, 1974].
N. 7. Questo atteggiamento  esemplificato in Dupuy, E. (1873), "Examen de quelques points de la physiologie du cerveau", Delahaye, Paris.
N. 8. Ferrier, D. (1878), "The Goulstonian Lectures on the localization of cerebral disease", in British Medical Journal p.p. 399-447.
N. 9. Per una valutazione straordinariamente acuta dei contributi di Gall, si veda: Marshall, J. ( 1980), "The new organology", in The Behavioral and Brain Sciences, 3, p.p.
N. 10. MacMillan, M.B. (1986), "A wonderful journey through skull and brains", in Brain and Cognition, 5, p.p. 67-107.
N. 11. Sizer, N. (1882), "Forty Years in Phrenology: Embracing Recollections of History, Anecdote and Experience", Fowler and Wells, New York.
N. 12. Confronta nota 1 (1868).

CAPITOLO 2.
N. 1. Broca, P. (1865), "Sur la facult du langage articul", in Bull. Soc. Anthropol., Paris, 6, p.p. 337-93.
Wernicke, K. (1874), "Der aphasische Symptomencomplex", Cohn und Weigert, Breslau.
Per altri particolari sulle afasie di Broca e di Wernicke, si veda: Damasio, A., in The New England Journal of Medicine, 326, 1992, p.p. 531-39; per una panoramica recente sulla neuroanatomia del linguaggio, si veda: Damasio, A.R. e Damasio, H., "Brain and Language", in Scientific American, 267, 1992, p.p. 89-95 [trad. it. "Cervello e linguaggio", in Le Scienze, 291, novembre 1992].
N. 2. Un buon testo generale di neuroanatomia : Martin, J.H. (1989), "Neuroanatomy Text and Atlas", Elsevier, New York; un atlante moderno del cervello umano : Damasio, H. (1994), "Human Brain Anatomy in Computerized Images", Oxford University Press, New York. Per un commento sull'importanza della neuroanatomia sul futuro della neurobiologia, si veda: Crick, F. e Jones, E. (1993), "The Backwardness of human neuroanatomy", in Nature, 361, p.p. 109-10.
N. 3. Damasio, H. e Frank, R. (1992), "Three-dimensional in vivo mapping of brain lesions in humans", in Archives of Neurology, 49, p.p. 137-43.
N. 4. Si vedano: Kandel, E., Schwartz, J. e Jessell, T. (1991), "Principles of Neuroscience", Elsevier, Amsterdam [trad. it. "Princpi di neuroscienze", Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 1988]; Churchland, P.S. e Sejnowski, T.J. (1992), "The Computational Brain: Models and Methods on the Frontiers of Computational Neuroscience", The MIT Press/ Bradford Books, Boston, Mass.
N. 5. Damasio, H., Grabowski, T., Frank, R., Galaburda, A.M. e Damasio, A.R. (1994), "The return of Phineas Gage: The skull of a famous patient yields clues about the brain", in Science, 264, p.p. 1102-105.

CAPITOLO 3.
N. 1. Fatta eccezione per Phineas Gage, in questo libro si  tutelata la riservatezza dei pazienti menzionati facendo ricorso a iniziali codificate o pseudonimi e omettendo ogni particolare biografico che consentirebbe di identificarli.
N. 2. Molti dei test neuropsicologici ai quali faccio qui riferimento sono descritti in Lezak, M. (1983), "Neuropsychological Assessment", Oxford University Press, New York, e in Benton, A.L. (1983), "Contributions to Neuropsychological Assessment", Oxford University Press, New York.
N. 3. Milner, B. (1964), "Some effects of frontal lobectomy in man", in "The Frontal Granular Cortex and Behavior", a cura di J.M. Warren e K. Akert, McGraw-Hill, New York.
N. 4. Shallice, T. e Evans, M.E. (1978), "The involvement of the frontal lobes in cognitive estimation", in Cortex, 14, p.p. 294-303.
N. 5. Hathaway, S.R. e McKinley, J.C. (1951), "The Minnesota Multiphasic Personality Inventory Manual", ed. rivista, Psychological Corporation, New York.
N. 6. Kohlberg, L. ( 1987), "The Measurement of Moral Judgment", Cambridge University Press, Cambridge.
N. 7. Saver, J.L. e Damasio, A.R. (1991), "Preserved access and processing of social knowledge in a patient with acquired sociopathy due to ventromedial frontal damage", in Neuropsychologia, 29, p.p. 1241-49.

CAPITOLO 4.
N. 1. McNeil, B.J., Pauker, S.G., Sox, H.C. e Tversky, A. (1982), "On the elicitation of preferences for alternative therapies", in New England Journal of Medicine, 306, p.p. 1259-69.
N. 2. Per altri particolari sulla strategia della ricerca neuropsicologica, si veda: Damasio, H. e Damasio, A.R. (1989), "Lesion Analysis in Neuropsychology", Oxford University Press, New York.
N. 3. Brickner, R.M. (1934), "An interpretation of frontal lobe function based upon the study of a case of partial bilateral frontal lobectomy", in Research Publications of the Association for Research in Nervous and Mental Disease, 13, p.p. 259-351; e anche (1936) "The intellectual functions of the frontal lobes: Study based upon observation of a man after partial bilateral frontal lobectomy", Macmillan, New York. Per altri studi su lesioni dei lobi frontali si veda anche: Stuss, D.T. e Benson, F.T. (1986), "The Frontal Lobes", Raven Press, New York.
N. 4. Hebb, D.O. e Penfield, W. (1940), "Human behavior after extensive bilateral removals from the frontal lobes", in Archives of Neurology and Psychiatry, 44, p.p. 421-38.
N. 5. Ackerly, S.S. e Benton, A.L. (1948), "Report of a case of bilateral frontal lobe defect", in Research Publications of the Association for Research in Nervous and Mental Disease, 27, p.p. 479-504.
N. 6. Sono rare le documentazioni di casi confrontabili con quelli dei pazienti di Ackerly e di Benton; tra queste si ricordano:
Price, B.H., Daffner, K.R., Stowe, R.M. e Mesulam, M.M. (1990), "The comportmental learning disabilities of early frontal lobe damage", in Brain, 113, p.p. 1383-93;
Grattan, L.M. e Eslinger, P.J. (1992), "Long-term psychological consequences of childhood frontal lobe lesion in patient DT", in Brain and Cognition, 20, p.p. 185-95.
N. 7. Moniz, E. (1936), "Tentatives opratoires dans le traitement de certaines psychoses", Masson, Paris.
N. 8. Per una discussione di questa e altre forme di trattamento aggressivo, si veda: Valenstein, E.S. (1986), "Great and Desperate Cures: The Rise and Decline of Psychosurgery and Other Radical Treatments for Mental Illness", Basic Books, New York.
N. 9. Babinski, J. (1914), "Contributions  l'tude des troubles mentaux dans l'hmiplgie organique crbrale (anosognosie)", in Revue neurologique, 27, p.p. 845-47.
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Per gli studi sui ratti, si veda: LeDoux, J.E. (1992) "Emotion and the amygdala", in "The Amygdala: Neurobiological Aspects of Emotion, Mystery, and Mental Dysfunction", a cura di J.P. Aggleton, p.p. 339-51, Wiley-Liss, New York.
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Posner, M.I. e Petersen, S.E. (1990), "The attention system of the human brain", in Annual Review of Neuroscience, 13, p.p. 25-42.
N. 18. Crick, F. (1994), "The Astonishing Hypothesis: The Scientific Search for the Soul", Charles Scribner's Sons, New York [trad. it. "La scienza e l'anima", Rizzoli, Milano, 1994].
N. 19. Fulton, J.F. e Jacobsen, C.F. (1935), "The functions of the frontal lobes: A comparative study in monkeys, chimpanzees and man", in Advances in Modern Biology (Moscow), 4, p.p. 113-23.
Fulton, J.F. (1951), "Frontal Lobotomy and Affective Behavior", Norton and Company, New York.
N. 20. Jacobsen, C.F. (1935), "Functions of the frontal association area in primates", in Archives of Neurology and Psychiatry, 33, p.p. 558-69.
N. 21. Myers, R.E. (1975), "Neurology of social behavior and affect in primates: A study of prefrontal and anterior temporal cortex", in "Cerebral localization", a cura di K.J. Zuelch, O. Creutzfeldt e G.C. Galbraith, p.p. 161-70, Springer, New York.
Franzen, E.A. e Myers, R.E. (1973), "Neural control of social behavior: Prefrontal and anterior temporal cortex", in Neuropsychologia, 11, p.p. 141-57.
N. 22. Suomi, S.J. (1987), "Genetic and maternal contributions to individual differences in rhesus monkey biobehavioral development", in "Perinatal Development: A Psychobiological Perspective", p.p. 397-419, Academic Press, New York.
N. 23. Per una rassegna delle prove neurofisiologiche su questo argomento, si veda: Brothers, L. (1994), "Neurophysiology of social interactions", in "The Cognitive Neurosciences", a cura di M. Gazzaniga, The MIT Press, Boston, Mass.
N. 24. Goldman-Rakic, P.S. (1987), "Circuitry of primate prefrontal cortex and regulation of behavior by representational memory", in "Handbook of Physiology: The Nervous System", a cura di F. Plum e V. Mountcastle, vol. 5, p.p. 373-417, American Physiological Society, Bethesda, Md.
Fuster, J.M. (1989), "The Prefrontal Cortex: Anatomy, Physiology, and Neuropsychology of the Frontal Lobe", 2a ediz., Raven Press, New York.
N. 25. Raleigh, M.J. e Brammer, G.L. (1993), "Individual differences in serotonin-2 receptors and social behavior in monkeys", in Society for Neuroscience Abstracts, 19, p. 592.

CAPITOLO 5.
N. 1. Jones, E.G. e Powell, T.P.S. (1970), "An anatomical study of converging sensory pathways within the cerebral cortex of the monkey", in Brain, 93, p.p. 793-820. Il lavoro dei neuroanatomisti D. Pandya, K. Rockland, G.W. van Hoesen, P. Goldman-Rakic e D. van Essen ha confermato pi volte questo principio di connessione e ne ha chiarito i punti complicati.
N. 2. Dennett, D. (1991), "Consciousness Explained", Little, Brown, Boston, Mass.
N. 3. Damasio, A.R. (1989), "The brain binds entities and events by multiregional activation from convergence zones", in Neural Computation, 1, p.p. 123-32.
Damasio, A.R. (1989), "Time-locked multiregional retroactivation. A systems level proposal for the neural substrates of recall and recognition", in Cognition, 33, p.p. 25-62.
Damasio, A.R. e Damasio, H. (1993), "Cortical systems underlying knowledge retrieval: Evidence from human lesion studies", in "Exploring Brain Functions: Models in Neuroscience", p.p. 233-48, John Wiley & Sons, New York.
Damasio, A.R. e Damasio, H. (1994), "Cortical systems for retrieval of concrete knowledge: The convergence zone framework", in "Large-Scale Neuronal Theories of the Brain", a cura di C. Koch e J.L. Davis, The MIT Press/Bradford Books, Cambridge, Mass.
N. 4. Tra gli altri, si vedano:
Malsburg, C. von der (1987), "Synaptic plasticity as basis of brain organization", in "The Neural and Molecular Bases of Learning" (Dahlem Workshop Report 38), a cura di J.-P. Changeux e M. Konishi, p.p. 411-31, Wiley, Chichester.
Edelman, G. (1987), "Neural Darwinism: The Theory of Neuronal Group Selection", Basic Books, New York.
Llins, R. (1993), "Coherent 40 Hz oscillation characterizes dream state in humans", in Proceedings of the National Academy of Sciences, 90, p.p. 2078-81.
Crick, F.H. e Koch, C. (1990), "Towards a neurobiological theory of consciousness", in Seminars in the Neurosciences, 2, p.p. 263-75.
Singer, W., Artola, A., Engel, A.K., Koenig, P., Kreiter, A.K., Lowel, S. e Schillen, T.B. (1993), "Neuronal representations and temporal codes", in "Exploring Brain Functions: Models in Neuroscience", a cura di T.A. Poggio e D.A. Glaser, p.p. 179-94, Wiley, Chichester.
Eckhorn, R., Bauer, R., Jordan, W., Brosch, M., Kruse, W., Munk, M. e Reitboech, HJ. (1988), "Coherent oscillations: A mechanism for feature linking in the visual cortex", in Biologica Cybernetica, 60, p.p. 121-30.
Zeki, S. (1993), "A Vision of the Brain", Blackwell Scientific, London.
Bressler, S., Coppola, R. e Nakamura, R. (1993), "Episodic multiregional cortical coherence at multiple frequencies during visual task performance", in Nature, 366, p.p. 153-56. 5. Si veda la discussione svolta nel cap. 4 di questo libro, e inoltre: Posner, M.I. e Petersen, S.E. (1990), "The attention system of the human brain", in Annual Review of Neuroscience, 13, p.p. 25-42; Goldman-Rakic, P.S. (1987), "Circuitry of primate prefrontal cortex...", cit. alla nota 24, cap. 4; Fuster, J.M. (1989), "The Prefrontal Cortex...", cit. alla nota 24, cap. 4.
N. 6. Per gli studi di carattere neuroanatomico, neurofisiologico e psicofisico sulla visione, si vedano:
Allman, J., Miezin, F. e McGuinness, E. (1985), "Stimulus specific responses from beyond the classical receptivefield: Neuropsychological mechanisms for local-global comparisons in visual neurons", in Annual Review of Neuroscience, 8, p.p. 407-30.
Singer, W., Gray, C., Engel, A., Koenig, P., Artola, A. e Brocher, S. (1990), "Formation of cortical cell assemblies", in Symposia on Quantitative Biology, 55, p.p. 939-52.
Tononi, G., Sporns, O. e Edelman, G. (1992), "Reentry and the problem of integrating multiple cortical areas: Simulation of dynamic integration in the visual system", in Cerebral Cortex, 2, p.p. 310-35.
Zeki, S. (1992), "The visual image in mind and brain", in Scientific American, 267, p.p. 68-76 [trad. it. "L'elaborazione dell'immagine visiva", in Le Scienze, 291, novembre 1992, p. 36].
Per gli studi sul sistema uditivo e somatosensitivo, si vedano:
Adolphs, R. (1993), "Bilateral inhibition generates neuronal responses tuned to interaural level differences in the auditory brainstem of the barn owl", in The Journal of Neuroscience, 13, p.p. 3647-68.
Konishi, M., Takahashi, T., Wagner, H., Sullivan, W.E. e Carr, C.E. (1988), "Neurophysiological and anatomical substrates of sound localization in the owl", in "Auditory function", a cura di G. Edelman, W. Gall e W. Cowan, p.p. 721-46, John Wiley & Sons, New York.
Merzenich, M.M. e Kaas, J.H. (1980), "Principles of organization of sensory-perceptual systems in mammals", in "Progress in Psychobiology and Physiological Psychology", a cura di J.M. Sprague e A.N. Epstein, p.p. 1-42, Academic Press, New York.
Per gli studi sulla plasticit corticale, si vedano:
Gilbert, C.D., Hirsch, J.A. e Wiesel, T.N. (1990), "Lateral interactions in visual cortex", in "Symposia on Quantitative Biology", vol. 55, p.p. 663-77, Laboratory Press, Cold Spring Harbor, N.Y.
Merzenich, M.M., Kaas, J.H., Wall, J., Nelson, R.J., Sur, M. e Felleman, D. (1983), "Topographic reorganization of somatosensory cortical areas 3B and 1 in adult monkeys following restructured deafferentation", in Neuroscience, 8, p.p. 33-55.
Ramachandran, V.S. (1993), "Behavioral and magnetoencephalographic correlates of plasticity in the adult human brain", in Proceedings of the National Academy of Sciences, 90, p.p. 10413-20.
N. 7. Bartlett, F.C. (1964), "Remembering: A Study in Experimental and Social Psychology", Cambridge University Press, Cambridge [trad. it. "La memoria. Studio di psicologia sperimentale e sociale", Franco Angeli, Milano, 1974]. 8. Kosslyn, S.M., Alpert, N.M., Thompson, W.L., Maljkovic, V., Weise, S.B., Chabris, C.F., Hamilton, S.E., Rauch, S.L. e Buonanno, F.S. (1993), "Visual mental imagery activates topographically organized visual cortex: PET investigations", in Journal of Cognitive Neuroscience, 5 p.p. 263-87.
Damasio, H., Grabowski, T.J., Damasio, A., Tranel, D., Boles-Ponto, L., Watkins, G.L. e Hichwa, R.D. (1993) "Visual recall with eyes closed and covered activates early visual cortices", in Society for Neuroscience Abstracts, 19, p. 1603.
N. 9. Si comincia adesso a comprendere le vie della scarica all'indietro. Al riguardo si vedano:
Hoesen, G.W. van (1982), "The parahippocampal gyrus: New observations regarding its cortical connections in the monkey", in Trends in Neurosciences, 5, p.p. 345-50.
Livingstone, M.S. e Hubel, D.H. (1984), "Anatomy and physiology of a color system in the primate visual cortex", in The Journal of Neuroscience, 4, p.p. 309-56.
Hubel, D.H. e Livingstone, M.S. (1987), "Segregation of form, color, and stereopsis in primate area 18", in The Journal of Neuroscience, 7, p.p. 3378-3415.
Livingstone, M.S. e Hubel, D.H. (1987), "Connections between layer 4B of area 17 and thick cytochrome oxidase stripes of area 18 in the squirrel monkey", in The Journal of Neuroscience, 7, p.p. 3371-77.
Rockland, K.S. e Virga, A. (1989), "Terminal arbors of individual feedback axons projecting from area V2 to V1 in the macaque monkey: A study using immunohistochemistry of anterogradely transported 'Phaseolus vulgaris' leucoagglutinin", in Journal of Comparative Neurology, 285, p.p. 54-72.
Felleman, D.J. e Essen, D.C. van (1991), "Distributed hierarchical processing in the primate cerebral cortex", in Cerebral Cortex, 1, p.p. 1-47.
N. 10. Tootell, R.B.H., Switkes, E., Silverman, M.S. e Hamilton, S.L. (1988), "Functional anatomy of macaque striate cortex. II. Retinotopic organization", in The Journal of Neuroscience, 8, p.p. 1531-68.
N. 11. Merzenich, M.M. et al., confronta nota 6 sopra.
N. 12. Non  possibile qui rendere giustizia alla letteratura scientifica sull'apprendimento e la plasticit - si rimanda il lettore a vari capitoli dei due libri seguenti:
Kandel, E., Schwartz, J. e Jessell, T. (1991), "Principles of Neuroscience", cit. alla nota 4, cap. 2.
Churchland, P.S. e Sejnowski, T.J. (1992), "The Computational Brain...", cit. alla nota 4, cap. 2.
N. 13. Il riconoscimento del valore delle immagini  uno sviluppo recente, frutto della rivoluzione cognitiva che ha fatto seguito alla lunga notte del comportamentismo basato sul meccanismo stimolo-risposta. Il merito va, in larga misura, al lavoro di Roger Shepard e di Steven Kosslyn. Si vedano:
Shepard, R.N. e Cooper, L.A. (1982), "Mental Images and Their Transformations", The MIT Press, Cambridge, Mass.
Kosslyn, S.M. (1980), "Image and Mind", Harvard University Press, Cambridge, Mass.
Per una rassegna storica, si veda: Gardner, H. (1985), "The Mind's New Science", Basic Books, New York [trad. it. "La nuova scienza della mente", Feltrinelli, Milano, 1989-3].
N. 14. Mandelbrot, B., comunicazione personale.
N. 15. Einstein, A., citato in Hadamard, J. (1945), "The Psychology of Invention in the Mathematical Field", Princeton University Press, Princeton, NJ [trad. it. "La psicologia dell'invenzione in campo matematico", Raffaello Cortina, Milano, 1993].
N. 16. Riferimenti essenziali sull'argomento sono:
Hubel, D.H. e Wiesel, T.N. (1965), "Binocular interaction in striate cortex of kittens reared with artificial squint", in Journal of Neurophysiology, 28, p.p. 1041-59.
Hubel, D.H., Wiesel, T.N. e LeVay, S. (1977), "Plasticity of ocular dominance columns in monkey striate cortex", in Philosophical Transactions of the Royal Society, London, serie B, 278, p.p. 377-409.
Katz, L.C. e Constantine-Paton, M. (1988), "Relationship between segregated afferents and post-synaptic neurons in the optic tectum of three-eyed frogs", in The Journal of Neuroscience, 8, p.p. 3160-80.
Edelman, G. ( 1988), "Topobiology", Basic Books, New York [trad. it. "Topobiologia", Bollati Boringhieri, Torino, 1993].
Constantine-Paton, M., Cline, H.T. e Debski, E. (1990), "Patterned activity, synaptic convergence and the NMDA receptor in developing visual pathways", in Annual Review of Neuroscience, 13, p.p. 129-54.
Shatz, C.J. (1992), "The developing brain, in Scientific American, 267, p.p. 61-67 [trad. it. "Lo sviluppo del cervello", in Le Scienze, 291, novembre 1992].
N. 17. Per un opportuno inquadramento di questo tema, si vedano:
Lewontin, R.C. (1992), "Biology as Ideology", Harper Perennial, New York [trad. it. "Biologia come ideologia", Bollati Boringhieri, Torino, 1993].
Kauffman, Stuart A. (1993), "The Origins of Order. Self-Organization and Selection in Evolution", Oxford University Press, New York.
N. 18. Il substrato dei bruschi e vistosi cambiamenti che sembrano verificarsi nella conformazione circuitale comprende la ricchezza di sinapsi a cui ho accennato in precedenza, oltre alla variet di neurotrasmettitori e recettori disponibili in ogni sinapsi. Esula dalla portata di questo libro precisare questo processo plastico, ma la descrizione qui fornita  compatibile con l'idea che esso avvenga, in larga misura, per selezione di circuiti a livello sinaptico. Niels Jerne e John Z. Young sono stati i primi a suggerire di applicare il concetto di selezione al sistema nervoso; in seguito vi ha fatto ricorso Jean-Pierre Changeux, e Gerald Edelman se ne  fatto sostenitore, costruendo attorno a tale concetto una teoria complessiva della mente e del cervello.

CAPITOLO 6.
N. 1. Pert, C.B., Ruff, M.R., Weber, R.J. e Herkenham, M. (1985), "Neuropeptides and their receptors: A psychosomatic network", in The Journal of Immunology, 135, p.p. 820s-26s.
Bloom, F. (1985), "Neuropeptides and other mediators in the central nervous system", in The Journal of Immunology 135, p.p. 743s-45s.
Roth, J., LeRoith, D., Collier, E.S., Weaver, N.R., Watkinson, A., Cleland, C.F. e Glick, S.M. (1985), "Evolutionary origins of neuropeptides, hormones, and receptors: Possible applications to immunology", in The Journal of Immunology, 135, p.p. 816s-19s.
McEwen, B.S. (1991), "Non-genomic and genomic effects of steroids on neural activity", in Trends in Pharmacological Sciences, aprile, 12 (4), p.p. 141-47. 
Herzog, A. (1984), "Temporal lobe epilepsy: An extrahypothalamic pathogenesis for polycystic ovarian syndrome?", in Neurology, 34, p.p. 1 389-93 .
N. 2. Hosoi, J., Murphy, G.F. e Egan, C.L. (1993), "Regulation of Langerhans cell function by nerves containing calcitonin gene-related peptide", in Nature, 363, p.p. 159-63.
N. 3. Calabrese, J.R., Kling, M.A. e Gold, P. (1987), "Alterations in immunocompetence during stress, bereavement and depression: Focus on neuroendocrine regulation", in American Journal of Psychiatry, 144, p.p. 1123-34.
N. 4. Marder, E. (a cura di; 1989), "Neuromodulation in circuits underlying behavior", in Seminars in the Neurosciences, 1, p.p. 3-4.
Saper, C.B. (1987), "Diffuse cortical projection systems: anatomical organization and role in cortical function", in "Handbook of Physiology", a cura di V.B. Mountcastle, p.p. 169-210, American Physiological Society, Bethesda, Md.
N. 5. Carter, C.S. (1992), "Oxytocin and sexual behavior", in Neuroscience Biobehavioral Review, 16, p. 131.
Insel, T.R. (1992), "Oxytocin, a neuropeptide for affiliation: Evidence from behavioral, receptor autoradiographic, and comparative studies", in Psychoneuroendocrinology, 17, p. 3.
N. 6. Descartes, R. (1647), "Les passions de l'me" [trad. it. "Le passioni dell'anima", in "Opere filosofiche", vol. 4, Laterza, Roma-Bari, 1986].
N. 7. Freud, S. (1930), "Civilization and Its Discontents", trad. ingl., The University of Chicago Press, Chicago, Ill. [ediz. orig. "Das Unbehagen in der Kultur", Internationaler Psychoanalytischer Verlag, Wien; trad. it. "Il disagio della civilt", in "Opere", vol. 10, Boringhieri, Torino, 1978].

CAPITOLO 7.
N. 1. Allman, J.M., McLaughlin, T. e Hakeem, A. (1993), "Brain weight and life-span in primate species", in Proceedings of the National Academy of Sciences, 90, p.p. 118-22.
N. 2. Allman, J.M., McLaughlin, T. e Hakeem, A. (1993), "Brain structures and life-span in primate species", in Proceedings of the National Academy of Sciences, 90, p.p. 3559-63.
N. 3. James, W. (1890), "The Principles of Psychology", vol. 2, Dover, New York, 1950 [trad. it. parziale "Princpi di psicologia", Societ Editrice Libraria, Milano, 1909-3].
N. 4. Come introduzione alla estesa letteratura di studiosi dell'argomento, segnalo le seguenti opere:
Ekman, P. (1992), "Facial expressions of emotion: New findings, new questions", in Psychological Science, 3, p.p. 34-48.
Lazarus, R.S. (1984), "On the primacy of cognition", in American Psychologist, 39, p.p. 124-29.
Mandler, G. (1984), "Mind and Body: Psychology of Emotion and Stress", W.W. Norton & Co., New York.
Zajonc, R.B. (1984), "On the primacy of affect", in American Psychologist, 39, p.p. 117-23.
N. 5. Bagshaw, M.H., Kimble, D.P. e Pribram, K.H. (1965), "The GSR of monkeys during orienting and habituation and after ablation of the amygdala, hippocampus and inferotemporal cortex", in Neuropsychologia, 3, p.p. 111-19.
Weiskrantz, L. (1956), "Behavioral changes associated with ablations of the amygdaloid complex in monkeys", in Journal of Comparative and Physiological Psychology, 49, p.p. 381-91.
Aggleton, J.P. e Passingham, R.E. (1981), "Syndrome produced by lesions of the amygdala in monkeys (Macaca mulatta)", cit. alla nota 15, cap. 4.
LeDoux, J.E. (1992), "Emotion and the amygdala", cit. alla nota 15, cap. 4.
N. 6. Davis, M. (1992), "The role of the amygdala in conditioned fear", in "The Amygdala...", a cura di J.P. Aggleton, p.p. 255-305, cit. alla nota 15, cap. 4.
Zola-Morgan, S., Squire, L.R., Alvarez-Royo, P. e Clower, R.P. (1991), "Independence of memory functions and emotional behavior: Separate contributions of the hippocampal formation and the amygdala", in Hippocampus, 1, p.p. 207-20.
N. 7. Gloor, P., Olivier, A. e Quesney, L.F. (1981), "The role of the amygdala in the expression of psychic phenomena in temporal lobe seizures", in "The Amygdaloid Complex", a cura di Y. Ben-Air (INSERM Symposium 20), p.p. 489-98, Elsevier/North-Holland, Amsterdam.
Penfield, W. e Jasper, W. (1954), "Epilepsy and the Functional Anatomy of the Human Brain", Little, Brown, Boston, Mass.
N. 8. Kluver, H. e Bucy, P.C. (1937), "Psychic blindness and other symptoms following bilateral temporal lobe lobectomy in rhesus monkeys", in American Journal of Physiology, 119, p.p. 352-53.
N. 9. Laplane, D., Degos, J.D., Baulac, M. e Gray, F. (1981), "Bilateral infarction of the anterior cingulate gyri and of the fornices", in Journal of the Neurological Sciences, 51, p.p. 289-300.
Damasio, A.R. e Hoesen, G.W. van (1983), "Emotional disturbances associated with focal lesions of the limbic frontal lobe", in "Neuropsychology of Human Emotion", cit. alla nota 17, cap. 4.
N. 10. Sperry, R.W., Gazzaniga, M.S. e Bogen, J.E. (1969), "Interhemispheric relationships: The neocortical commissures; syndromes of their disconnection", in "Handbook of Clinical Neurology", a cura di P.J. Vinken e G.W. Bruyn, vol. 4, p.p. 273-90, North-Holland, Amsterdam.
Sperry, R.W., Zaidel, E. e Zaidel, D. (1979), "Self recognition and social awareness in the deconnected minor hemisphere", in Neuropsychologia, 17, p.p. 153-66.
N. 11. Gainotti, G. ( 1972), "Emotional behavior and hemispheric side of the lesion", in Cortex, 8, p.p. 41-55.
Gardner, H., Brownell, H.H., Wapner, W. e Michelow, D. (1983), "Missing the point: The role of the right hemisphere in the processing of complex linguistic materials", in "Cognitive Processes and the Right Hemisphere", a cura di E. Pericman, Academic Press, New York.
Heilman, K., Watson, R.T. e Bowers, D. (1983), "Affective disorders associated with hemispheric disease", in "Neuropsychology of Human Emotion", p.p. 45-64, cit. alla nota 17, cap. 4.
Borod, J.C. (1992), "Interhemispheric and intrahemispheric control of emotion: A focus on unilateral brain damage", in Journal of Consulting and Clinical Psychology, 60, p.p. 339-48.
Davidson, R. (1992), "Prolegomenon to emotion: Gleanings from Neuropsychology", in Cognition and Emotion, 6, p.p. 245-68.
N. 12. Darwin, C. (1872), "The Expression of the Emotions in Man and Animals", Murray, London [trad. it. "L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali", a cura di G.A. Ferrari, Boringhieri, Torino, 1982].
N. 13. Duchenne, G.-B. (1862), "The Mechanism of Human Facial Expression, or An Electro-Physiological Analysis of the Expression of the Emotions", trad. ingl., Cambridge University Press, Cambridge, 1990.
N. 14. Ekman, P. (1992), "Facial expressions...", cit. alla nota 4. Ekman, P. e Davidson, R.J. (1993), "Voluntary smiling changes regional brain activity", in Psychological Science, 4, p.p. 342-45.
Ekman, P., Levenson, R.W. e Friesen, W.V. (1983), "Autonomic nervous system activity distinguishes among emotions", in Science, 221, p.p. 1208-10.
N. 15. Ekman, P. e Davidson, RJ. (1993), "Voluntary smiling...", cit. alla nota 14.
N. 16. Mentre per quelle che io ho chiamato emozioni primarie sembra esservi una forte radice biologica, il modo in cui concettualizziamo le emozioni secondarie  relativo a particolari culture. Per le testimonianze sul contributo della cultura alla categorizzazione delle emozioni, si veda: Russell, J.A. (1991), "Culture and the Categorization of Emotions", in Psychological Bulletin, 110, p.p. 426-50.
N. 17. Sacks, O. (1987), "The Man Who Mistook His Wife for a Hat, and Other Clinical Tales", p. 43, Harper & Row, New York [trad. it. "L'uomo che scambi sua moglie per un cappello", p. 69, Adelphi, Milano, 1994-1].
N. 18. Ancora ci si pu rifare a William Styron per una penetrante illustrazione di queste numerose linee di funzionamento. Qualche indicazione a conferma del quadro che sto qui tratteggiando si pu anche ricavare dagli studi dello stile concettuale degli scrittori. Si veda: Andreasen, N.J. e Powers, P.S. (1974), "Creativity and psychosis: An examination of conceptual style", in Archives of General Psychiatry, 32, p.p. 70-73.

CAPITOLO 8.
N. 1. Pascal, B. (1670), "Penses". Qui mi sono servito della nuova edizione pubblicata da Mercure de France, Paris, 1976. Il passaggio citato compare alla sezione 80 [trad. it. "Pensieri", sez. 80, p. 109, Rusconi, Milano, 1993]: Que chacun examine ses penses, il les trouvera toutes occupes au pass ou  l'avenir. Nous ne pensons presque point au prsent, et si nous y pensons, ce n'est que pour en prendre la lumire pour disposer de l'avenir.
N. 2. Johnson-Laird, P.N. e Shafir, E. (1993), "The interaction between reasoning and decision-making: an introduction", in Cognition, 49, p. 109.
N. 3. Gardner, H. (1983), "Frames of Mind: The Theory of Multiple Intelligences", Basic Books, New York [trad. it. "Formae Mentis. Saggio sulla pluralit della intelligenza", Feltrinelli, Milano, 1991-4].
N. 4. Tversky, A. e Kahneman, D. (1973), "Availability: A heuristic for judging frequency and probability", in Cognitive Psychology, 2, p.p. 207-32.
N. 5. Sutherland, S. (1992), "Irrationality: The Enemy Within", Constable, London.
N. 6. Cosmides, L. (1989), "The logic of social exchange: Has natural selection shaped how humans reason? Studies with the Wason selection task", in Cognition, 33, p.p. 187-276.
Barkow, J.H., Cosmides, L. e Tooby, J. (a cura di; 1992), "The Adapted Mind: Evolutionary Psychology and the Generation of Culture", Oxford University Press, New York.
Brothers, L. (1994), cit. alla nota 23, cap. 4, e Suomi, S.J. (1987), cit. alla nota 22, cap. 4.
N. 7. Sull'anatomia frontale, si veda Sanides, F. (1964), "The cytomyeloarchitecture of the human frontal lobe and its relation to phylogenetic differentiation of the cerebral cortex", in Journal fur Hirnforschung, 6, p.p. 269-82.
Goldman-Rakic, P. (1987), "Circuitry of primate prefrontal cortex and regulation of behavior by representational memory", in "Handbook of Physiology...", vol. 5, p.p. 373-401, cit. alla nota 24, cap. 4.
Pandya, D. e Yeterian, E.H. (1990), "Prefrontal cortex in relation to other cortical areas in rhesus monkey: architecture and connections", in "The Prefrontal Cortex: Its Structure, Function and Pathology", a cura di H.B.M. Uylings, p.p. 63-94, Elsevier, Amsterdam.
Barbas, H. e Pandya, D.N. (1989), "Architecture and intrinsic connections of the prefrontal cortex in the rhesus monkey", in The Journal of Comparative Neurology, 286, p.p. 353-75.
N. 8. Petrides, M. e Milner, B. (1982), "Deficits on subject-ordered tasks after frontal and temporal lobe lesions in man", in Neuropsychologia, 20, p.p. 249-62.
Fuster, J.M. (1989), "The Prefrontal Cortex...", cit. alla nota 24, cap. 4.
Goldman-Rakic, P. ( 1992), "Working memory and the mind", in Scientific American, 267, p.p. 110-17 [trad. it. "La memoria di lavoro", in Le Scienze, 291, novembre 1992].
N. 9. Morecraft, RJ. e Hoesen, G.W. van (1993), "Frontal granular cortex...", cit. alla nota 16, cap. 4.
N. 10. Real, L.A. (1991), "Animal choice behavior and the evolution of cognitive architecture", in Science, 253, p.p. 980-86.
N. 11. Montague, P.R., Dayan, P. e Sejnowski, T.J. (1993), "Foraging in an uncertain world using predictive Hebbian learning", in Society for Neuroscience, 19, p. 1609.
N. 12. Poincar, H. (1908), "Le raisonnement mathmatique", in "Science et mthode", Flammarion, Paris.
N. 13. Szilard, L. ( 1992), in W. Lanouette, "Genius in the Shadows", Charles Scribner's Sons, New York.
N. 14. Salk, J. (1985), "The Anatomy of Reality", Praeger, New York.
N. 15. Shallice, T. e Burgess, P.W. (1993), "Supervisory control of action and thought selection", in "Attention: Selection, Awareness, and Control: A Tribute to Donald Broadbent", a cura di A. Baddeley e L. Weiskrantz, p.p. 171-87, Clarendon Press, Oxford.
N. 16. Confronta sopra, nota 4.
N. 17. Confronta sopra, nota 5.
N. 18. Harrer, G. e Harrer, H. (1977), "Music, emotion and autonomic function", in "Music and the Brain", a cura di M. Critchley e R.A. Henson, p.p. 202-15, William Heinemann Medical, London.
N. 19. Dehaene, S. e Changeux, J.-P. (1991), "The Wisconsin Card Sorting Test: Theoretical analysis and modeling in a neuronal network", in Cerebral Cortex, 1, p.p. 62-79.
N. 20. Si veda: Posner e Petersen (1990), cit. alla nota 17, cap. 4.
N. 21. Si veda: Goldman-Rakic, P. (1987), cit. alla nota 7.
N. 22. Lashley, K.S. (1951), "The problem of serial order in behavior", in "Cerebral Mechanisms in Behavior", a cura di L.A. Jeffress, John Wiley & Sons, New York.
N. 23. Salzman, C.D. e Newsome, W.T. (1994), "Neural mechanisms for forming a perceptual decision", in Science, 264, p.p. 231-37.
N. 24. Pascal, B., "Penses", cit., sezione 680: Le coeur a ses raisons, que la raison ne connait point [trad. it. cit., p. 263].
N. 25. Evans, J.St.B.T., Over, D.E. e Manktelow, K.I. (1993), "Reasoning, decision-making and rationality", in Cognition, 49, p.p. 165-87.
De Sousa, R. (1991), "The Rationality of Emotion", The MIT Press, Cambridge, Mass.
Johnson-Laird, P.N. e Oatley, K. (1992), "Basic emotions, rationality, and folk theory", in Cognition and Emotion, 6, p.p. 201-23.

CAPITOLO 9.
N. 1. Damasio, A.R., Tranel, D. e Damasio, H. (1991), "Somatic markers and the guidance of behavior: Theory and preliminary testing", in "Frontal Lobe Function and Dysfunction", a cura di H.S. Levin, H.M. Eisenberg e A.L. Benton, p.p. 217-29, Oxford University Press, New York.
E' interessante osservare che, in esperimenti molto simili, individui ai quali era stata diagnosticata una psicopatia e individui che avevano commesso crimini si comportarono in modo del tutto analogo. Si veda:
Hare, R.D. e Quinn, MJ. (1971), "Psychopathy and autonomic conditioning", in Journal of Abnormal Psychology, 77, p.p. 223-35.
N. 2. Bechara, A., Damasio, A.R., Damasio, H. e Anderson, S. (1994), "Insensitivity to future consequences following damage to human prefrontal cortex", in Cognition, 50, p.p. 7-12.
N. 3. Steele, C.M. e Josephs, R.A. (1990), "Alcohol myopia", in American Psychologist, 45, p.p. 921-33.
N. 4. Bechara, A., Tranel, D., Damasio, H. e Damasio, A.R., "Failure to respond autonomically in anticipation of future outcomes following damage to human prefrontal cortex", di prossima pubblicazione (1996) in Cerebral Cortex.

CAPITOLO 10.
N. 1. Lakoff, G. (1987), "Women, Fire and Dangerous Things: What Categories Reveal About the Mind", The University of Chicago Press, Chicago, Ill.
Johnson, M. (1987), "The Body in the Mind: The Bodily Basis of Meaning, Imagination, and Reason", The University of Chicago Press, Chicago, Ill.
N. 2. Hohmann, G.W. (1966), "Some effects of spinal cord lesions on experienced emotional feelings", in Psychophysiology, 3, p.p. 143-56.
N. 3. Putnam, H. (1981), "Reason, Truth, and History", Cambridge University Press, Cambridge [trad. it. "Ragione, verit e storia", Il Saggiatore, Milano, 1985].
N. 4. Per una rassegna sugli aspetti viscerali della rappresentazione somatosensoriale, si veda: Mesulam, M.M. e Mufson, E.J. ( 1985), "The insula of Reil in man and monkey", in "Cerebral Cortex", a cura di A. Peters e E.G. Jones, vol. 5, p.p. 179-226, Plenum Press, New York.
Si veda anche: Jennings, J.R. (1992), "Is it important that the mind is in the body? Inhibition and the heart", in Psychophysiology, 29, p.p. 369-83, e inoltre: Oppenheimer, S.M., Gelb, A., Girvin, J.P. e Hachinski, V.C. (1992), "Cardiovascular effects of human insular cortex stimulation", in Neurology, 42, p.p. 1727-32.
N. 5. Humphrey, N. (1992), "A History of the Mind", Simon & Schuster, New York.
N. 6. Si veda sopra, la nota 1, e inoltre le opere seguenti:
Varela, F., Thompson, E. e Rosch, E. (1992), "The Embodied Mind", The MIT Press, Cambridge, Mass.
Edelman, G. (1992), "Bright Air, Brilliant Fire", Basic Books, New York [trad. it. "Sulla materia della mente", Adelphi, Milano, 1993].
N. 7. Searle, J. (1992), "The Rediscovery of the Mind", The MIT Press, Cambridge, Mass. [trad. it. "La riscoperta della mente", Bollati Boringhieri, Torino, 1993].
Churchland, P.S. (1986), "Neurophilosophy: Toward a Unified Science of the Mind-Brain", The MIT Press/Bradford Books, Cambridge, Mass.
Churchland, P.M. (1984), "Matter and Consciousness", The MIT Press/Bradford Books, Cambridge, Mass.
Crick, F. (1994), "The Astonishing Hypothesis: The Scientific Search for the Soul", cit. alla nota 18, cap. 4.
Dennett, D. (1991), "Consciousness Explained", cit. alla nota 2, cap. 5.
Edelman, G. (1992), "Bright Air...", cit. sopra, nota 6.
Llins, R. (1991), "Commentary of Dreaming and wakefulness", in Neuroscience, 44, p.p. 521-35.
N. 8. Plum, F. e Posner, J. (1980), "The Diagnosis of Stupor and Coma", Contemporary Neurology Series, 3a ediz., F.A. Davis, Philadelphia, Penn.
N. 9. Kagan, J. (1989), "Unstable Ideas: Temperament, Cognition and Self", Harvard University Press, Cambridge, Mass.

CAPITOLO 11.
N. 1. Stent, G.S. (1969), "The Coming of the Golden Age: A View of the End of Progress", Doubleday, New York.
N. 2. Una variegata descrizione di questi aspetti si pu trovare in Hughes, R. (1992), "The Culture of Complaint", Oxford University Press, New York [trad. it. "La cultura del piagnisteo", Adelphi, Milano, 1994].
N. 3. Descartes, R. (1637), "Discours de la mthode", trad. ingl. in "The Philosophical Works", vol. 1, p. 101, Cambridge University Press, New York, 1970 [trad. it. "Discorso sul metodo", a cura di E. Gilson, p. 84, La Nuova Italia, Firenze, 1956-12].
N. 4. Descartes, R., cit. sopra.
N. 5. Cottingham, R. (1992), "A Descartes Dictionary", p. 36, Blackwell, Oxford.
N. 6. Confronta sopra, nota 3.

POST SCRIPTUM.
N. 1. Faulkner, W. (1949), discorso di accettazione del premio Nobel. Il contesto in cui si inscrivono le parole di Faulkner era la minaccia nucleare montante, ma il suo messaggio non ha tempo.
N. 2. Eluard, P. (1961), "Libert", in "Anthologie de la posie franaise", a cura di G. Pompidou, Hachette, Paris [trad. it. "Libert", in "Poesie", a cura di F. Fortini, Einaudi, Torino, 1955].
N. 3. Gli scritti di Jonas Salk e di Richard Lewontin (citati in precedenza) che queste parole evocano contengono l'ottimismo e la risolutezza che sono indispensabili per una biologia umana complessiva.
N. 4. Si veda la nota 2, cap. 11.
N. 5. Anche David Ingvar ha usato il termine ricordi del futuro, esattamente con il medesimo significato.
N. 6. Fields, H. (1987), "Pain", McGraw-Hill, New York [trad. it. "Il dolore", McGraw-Hill Libri Italia, Milano, 1988].
Davis, B., "Behavioral aspects of complex analgesia" (di prossima pubblicazione).
N. 7. Dai tempi di Almeida Lima sono state sviluppate nuove tecniche chirurgiche, meno mutilanti, per affrontare il dolore. Anche se la leucotomia prefrontale non era dannosa come altre tecniche cosiddette psicochirurgiche e anche se raggiungeva il risultato positivo di alleviare le sofferenze non curabili, pure essa comportava un esito negativo: quello di ottundere emozione e sentimento, con conseguenze, a lunga scadenza, che solo ora si comincia a valutare appieno.


ALTRE LETTURE.


Quello che segue  un breve elenco di libri che riguardano gli argomenti da me trattati, e certo non ha la pretesa di essere esauriente. I titoli sono suddivisi per area di interesse, ma dovrebbe essere chiaro che molti di essi rientrano in pi di una suddivisione. [Per le opere che gi sono state citate in Note e fonti bibliografiche  indicato il rimando].

FONTI CLASSICHE.
Darwin, C. (1872), "TheExpression of the Emotions in Man and Animals", cit. alla nota 12, cap. 7.
Geschwind, N. (1974), "Selected Papers on Language and Brain", Boston Studies in the Philosophy of Science, vol. 16, Reidel, Dordrecht.
Hebb, D.O. (1949), "The Organization of Behavior", Wiley, New York [trad. it. "L'organizzazione del comportamento: una teoria neuropsicologica", Franco Angeli, Milano, 1975].
James, W. (1890), "The Principles of Psychology", cit. alla nota 3, cap. 7.

OPERE TECNICHE RECENTI.
Churchland, P.S. e Sejnowski, T.J. (1992), "The Computational Brain...", cit. alla nota 12, cap. 5.
Damasio, H. e Damasio, A.R. (1989), "Lesion Analysis in Neuropsychology", cit. alla nota 2, cap. 4.
Damasio, H. (1994), "Human Brain Anatomy...", cit. alla nota 2, cap. 2.
Kandel, E.R., Schwartz, J.H. e Jessell, T.M. (a cura di; 19913), "Principles of Neural Science", Appleton and Lange, Norwalk, Ct.

EMOZIONE.
De Sousa, R. (1991), "The Rationality of Emotion", cit. alla nota 25, cap. 8.
Izard, C.E., Kagan, J. e Zajonc, R.B. (1984), "Emotion, Cognition and Behavior", Cambridge University Press, New York.
Kagan, J. (1989), "Unstable Ideas: Temperament, Cognition, and Self", cit. alla nota 9, cap. 10.
Mandler, G. (1984), "Mind and Body...", cit. alla nota 4, cap. 7.

PENSIERO E RAGIONAMENTO.
Fuster, J.M. (1989), "The Prefrontal Cortex...", cit. alla nota 24, cap. 4.
Gardner, H. (1983), "Frames of Mind...", cit. alla nota 3, cap. 8.
Johnson-Laird, P.N. (1983), "Mental Models", Harvard University Press, Cambridge, Mass. [trad. it. "Modelli mentali", Il Mulino, Bologna, 1988].
Pribram, K.H. e Luria, A.R. (a cura di; 1973), "Psychophysiology of the Frontal Lobe", Academic Press, New York.
Sutherland, S. (1992), "Irrationality: The Enemy Within", cit. alla nota 5, cap. 8.

DALLA FILOSOFIA DELLA MENTE ALLE NEUROSCIENZE COGNITIVE.
Churchland, P.S. (1986), "Neurophilosophy...", cit. alla nota 7, cap. 10.
Churchland, P.M. (1984), "Matter and Consciousness", cit. alla nota 7, cap. 10.
Churchland, P.M. (1994), "The Engine of Reason, The Seat of the Soul: A Philosophical Journey into the Brain", The MIT Press, Cambridge, Mass.
Dennett, D.C. (1991), "Consciousness Explained", cit. alla nota 2, cap. 5.
Dudai, Y. (1989), "The Neurobiology of Memory: Concepts, Findings, Trends", Oxford University Press, Oxford.
Flanagan, O. (1992), "Consciousness Reconsidered", The MIT Press, Cambridge, Mass.
Gazzaniga, M.S. e LeDoux, J.E. (1978), "The Integrated Mind", Plenum Press, New York.
Hinde, R.A. (1990), "The Interdependence of the Behavioral Sciences", in Phil. Trans. of the Royal Society, London, 329, p.p. 217-27.
Hubel, D.H. (1987), "Eye, Brain, and Vision", Scientific American Library, W.H. Freeman, New York [trad. it. "Occhio, cervello e visione", Zanichelli, Bologna, 1989].
Humphrey, N. (1992), "A History of the Mind: Evolution and the Birth of Consciousness", Simon & Schuster, Norwalk, Conn.
Johnson, M. (1987), "The Body in the Mind...", cit. alla nota 1, cap. 10.
Kosslyn, S.M. e Koenig, P. (1992), "Wet Mind: The New Cognitive Neuroscience", The Free Press, New York.
Lakoff, G. (1987), "Women, Fire and Dangerous Things..."., cit. alla nota 1, cap. 10.
Magnusson, D. (1988), "Individual Development in an Interactional Perspective: A Longitudinal Study", Erlbaum, Hillsdale, NJ.
Miller, J. (1983), "States of Mind", Pantheon Books, New York.
Ornstein, R. (1973), "The Nature of Human Consciousness", W.H. Freeman, San Francisco, Cal.
Rose, S. (1973), "The Conscious Brain", Knopf, New York [trad. it. "Il cervello e la coscienza", Mondadori EST, Milano, 1973].
Rutter, M. e Rutter, M. (1993), "Developing Minds: Challenge and Continuity Across the Lifespan", Basic Books, New York.
Searle, J.R. (1992), "The Rediscovery of the Mind", cit. alla nota 7, cap. 10.
Squire, L.R. (1987), "Memory and Brain", Oxford University Press, New York.
Zeki, S. (1993), "A Vision of the Brain", cit. alla nota 4, cap. 5.

BIOLOGIA GENERALE.
Barkow, J.H., Cosmides, L. e Tooby, J. (a cura di; 1992), "The Adapted Mind...", cit. alla nota 6, cap. 8.
Bateson, P. (1991), "The Development and Integration of Behavior: Essays in Honour of Robert Hinde", Cambridge University Press, New York.
Edelman, G. (1988), "Topobiology", cit. alla nota 16, cap. 5.
Finch, C.E. (1990), "Longevity, Senescence, and the Genome", The University of Chicago Press, Chicago, Ill.
Gould, S.J. (1990), "The Individual in Darwin's World", Edinburgh University Press, Edinburgh.
Jacob, F. (1982), "The Possible and the Actual", trad. ingl., Pantheon Books, New York [trad. it. "Il gioco dei possibili", Mondadori, Milano, 1983].
Kauffman, S.A. (1993), "The Origins of Order...", cit. alla nota 17, cap. 5.
Lewontin, R.C. (1992), "Biology as Ideology", cit. alla nota 17, cap. 5.
Medawar, P.B. e Medawar, J.S. (1983), "Aristotle to Zoos: A Philosophical Dictionary of Biology", Harvard University Press, Cambridge, Mass. [trad. it. "Da Aristotele a zoo", Mondadori, Milano, 1986].
Purves, D. (1988), "Body and Brain: A Trophic Theory of Neural Connections", Harvard University Press, Cambridge, Mass.
Salk, J. (1973), "Survival of the Wisest", Harper Row, New York.
Salk, J. (1985), "The Anatomy of Reality", cit. alla nota 14, cap. 8.
Stent, G.S. (a cura di; 1978), "Morality as a Biological Phenomenon", University of California Press, Berkeley, Cal.

NEUROBIOLOGIA TEORICA.
Changeux, J.-P. (1985), "Neuronal Man", trad. ingl., Pantheon, New York [ediz. orig. "L'homme neuronal", Fayard Paris; trad. it. "L'uomo neuronale", Feltrinelli, Milano, 1990-3].
Crick, F. (1994), "The Astonishing Hypothesis...", cit. alla nota 18, cap. 4.
Edelman, G.M. (1992), "Bright Air, Brilliant Fire", cit. alla nota 6, cap. 10.
Koch, C. e Davis, J.L. (a cura di; 1994), "Large-Scale Neuronal Theories of the Brain", cit. alla nota 3, cap. 5.

OPERE DI INTERESSE GENERALE.
Blakemore, C. (1988), "The Mind Machine", BBC Books, New York.
Johnson, G. (1991), "In the Palaces of Memory", Knopf, New York.
Ornstein, R. e Ehrlich, P. (1989), "New World New Mind: Moving Toward Conscious Evolution", Simon & Schuster, Norwalk, Conn.
Restak, R.M. (1988), "The Mind", Bantam Books, New York.
Scientific American, 267, settembre 1992, numero speciale su "Mind and Brain" [trad. it. Le Scienze, 291, novembre 1992, numero speciale su "Mente e cervello"].



DESCRIZIONE DELLE FIGURE.


Fig. 2.1.
B = area di Broca; M = area motoria; W = area di Wernicke. I critici di Harlow sostenevano che la lesione di Gage aveva toccato l'area di Broca, o l'area motoria, o anche tutt'e due e sulla base di tale affermazione attaccavano l'idea di una specializzazione funzionale del cervello umano.

Fig. 2.2.
Il cervello umano ricostruito in tre dimensioni. L'immagine in alto al centro mostra il cervello visto di fronte; il corpo calloso  nascosto sotto la scissura interemisferica. Le immagini in basso, a sinistra e a destra, mostrano i due emisferi cerebrali separati, con l'indicazione delle principali strutture anatomiche. La copertura a circonvoluzioni degli emisferi  la corteccia cerebrale.

Fig. 2.3.
Due sezioni di un cervello umano vivente ricostruito ottenute mediante risonanza magnetica e mediante la tecnica Brainvox. L'immagine in alto al centro identifica i piani delle sezioni. Si riconosce facilmente la differenza tra sostanza grigia (G) e bianca (W): la prima  ben evidente nella corteccia cerebrale ( il bordo grigio che contorna ogni fessura e ogni protuberanza della sezione) e nei nuclei profondi come i gangli basali (BG) e il talamo (Th).

Fig. 2.4.
A = schema dell'architettura cellulare della corteccia cerebrale, con la sua tipica struttura a strati; B = schema dell'architettura cellulare di un nucleo.

Fig. 2.5.
Mappa delle principali aree del cervello individuate da Brodmann nei suoi studi dell'architettura cellulare (citoarchitettura). La figura serve solo come riferimento anatomico, non  una mappa frenologica n una mappa dell'epoca con la rappresentazione delle funzioni cerebrali. Alcune aree sono troppo piccole per poter essere riportate qui, oppure si trovano nascoste nelle profondit di solchi e scissure. In alto, l'aspetto esterno dell'emisfero sinistro; in basso, l'aspetto interno.

Fig. 2.6.
Un neurone con i suoi componenti principali: corpo cellulare, assone, dendriti.


Fig. 2.7.
Fotografia del cranio di Gage, fatta nel 1992.

Fig. 2.8.
In alto, ricostruzione del cervello e del cranio di Gage con la possibile traiettoria della barra di ferro. In basso, vista dall'interno dei due emisferi cerebrali, per mostrare come la barra lese le strutture dei lobi frontali su entrambi i lati.

Fig. 4.1.
Le parti ombreggiate rappresentano i settori ventrale e mediano del lobo frontale che risultano marcatamente compromessi nei pazienti con la matrice di Gage. Si noti che non risulta affetto il settore dorsolaterale dei lobi frontali.
A = emisfero cerebrale destro, vista esterna (laterale)
B = emisfero cerebrale destro, vista interna (mediana)
C = cervello visto dal basso (vista ventrale o orbitaria)
D = emisfero sinistro, vista esterna
E = emisfero sinistro, vista interna.

Fig. 4.2.
Cervello umano: gli emisferi destro e sinistro visti dall'esterno. Le aree ombreggiate coprono le cortecce somatosensitive primarie. Altre aree somatosensitive - rispettivamente la seconda area sensitiva (S2) e l'insula - sono sepolte dentro la scissura di Silvio, in posizione immediatamente anteriore e posteriore rispetto alla base della corteccia somatosensitiva primaria, e perci non sono visibili in una rappresentazione di superficie. (Le frecce ne indicano la localizzazione approssimativa).

Fig. 4.3.
Superficie interna di entrambi gli emisferi. Le aree ombreggiate individuano la corteccia del cingolato anteriore. I pallini neri indicano la proiezione dell'amigdala sulla superficie interna dei lobi temporali.

Fig. 4.4.
L'insieme delle regioni nelle quali una lesione danneggia sia il ragionamento sia l'elaborazione delle emozioni.

Fig. 4.5.
L'emisfero sinistro del cervello umano visto dall'esterno (a sinistra) e dall'interno (a destra). E' indicata la localizzazione delle tre principali regioni motorie corticali: M1, M2 e M3. M1 comprende la cosiddetta striscia motoria che compare in molti disegni del cervello, spesso sormontata da una figura rozzamente umana (l'omuncolo di Penfield). M2, meno conosciuta,  l'area motoria supplementare - la parte interna dell'area 6. Ancor meno conosciuta  la M3, che si trova sepolta ben addentro nel solco del cingolato.

Fig. 5.1.
Schema semplificato di alcune interconnessioni tra le cortecce visive di ordine inferiore (V1, V2, V3, V4, V5) e le tre strutture subcorticali visivamente correlate: il nucleo genicolato laterale (LGN), il pulvinare (PUL) e il collicolo superiore (coll). V1  nota anche come corteccia visiva primaria e corrisponde all'area 17 di Brodmann. Si osservi che la maggior parte dei componenti di questo sistema  interconnessa da proiezioni neuroniche in avanti e all'indietro (indicate dalle frecce). L'input visivo perviene al sistema dall'occhio attraverso il nucleo genicolato laterale e il collicolo. Le uscite dal sistema provengono da molti componenti, in parallelo (ad esempio da V4, V5, eccetera), e sono dirette verso bersagli corticali e subcorticali.

Fig. 5.2.
Un osservatore che considerasse lo stimolo presentato a un animale, durante un esperimento, e quindi l'attivazione provocata da tale stimolo nella corteccia visiva dell'animale, riscontrerebbe una notevole coerenza tra la forma dello stimolo e la forma dello schema di attivit neurale in uno degli strati della corteccia visiva primaria (strato 4C). Stimolo e immagine cerebrale provengono dalla ricerca di Roger Tootell, che ha compiuto questo esperimento.

Fig. 7.1
Emozioni primarie. Il contorno pi marcato rappresenta il cervello e il midollo allungato. Dopo che un opportuno stimolo ha attivato l'amigdala (A), ne consegue un certo numero di risposte: risposte interne (IR); risposte muscolari; risposte dei visceri (segnali autonomi); risposte dirette ai nuclei neurotrasmettitori e all'ipotalamo (H). L'ipotalamo  sorgente di risposte endocrine e di altre risposte chimiche, che seguono la via del flusso sanguigno. Il disegno omette svariate altre strutture cerebrali necessarie perch avvenga questa larga schiera di risposte: per esempio, le risposte muscolari con le quali esprimiamo le emozioni tramite la postura del corpo probabilmente impiegano strutture dei gangli basali (il cosiddetto corpo striato ventrale).

Fig. 7.2.
Emozioni secondarie. Lo stimolo pu ancora essere elaborato direttamente attraverso l'amigdala, ma ora  analizzato anche nel processo di pensiero e pu attivare le cortecce frontali (VM). VM agisce attraverso l'amigdala (A). In altre parole, le emozioni secondarie utilizzano l'apparato delle emozioni primarie. Anche qui semplifico molto, poich vengono attivate numerose cortecce prefrontali, a parte VM; ma credo che lo schema colga l'essenza del meccanismo. Si noti che VM dipende da A per esprimere la propria attivit (se ne fa portare a cavalluccio, per cos dire). Questa relazione di dipendenza-precedenza  un buon esempio di come la natura faccia riciclo e bricolage, utilizzando vecchie strutture e vecchi meccanismi per creare meccanismi nuovi e ottenere nuovi risultati.

Fig. 7.3.
L'apparato neurale per il controllo della muscolatura del volto nel vero sorriso di uno stato emotivo (in alto)  differente da quello per il controllo volontario, non emotivo, della medesima muscolatura (in basso). Il sorriso vero  controllato dalle cortecce limbiche e probabilmente impiega i gangli basali per esprimersi.

Fig. 7.4. Controllo conscio e non conscio della muscolatura del volto.
[Controllo esclusivamente non conscio: Muscolo orbicolare dell'occhio.
Controllo conscio e non conscio: Muscolo zigomatico maggiore].

Fig. 7.5.
Per sentire un'emozione  necessario ma non sufficiente che i segnali neurali provenienti dai visceri, dai muscoli e dalle articolazioni e dai nuclei neurotrasmettitori (tutti attivati durante il processo dell'emozione) raggiungano certi nuclei subcorticali e la corteccia cerebrale. Anche i segnali endocrini e altri segnali chimici giungono al sistema nervoso centrale seguendo il flusso sanguigno - fra le altre vie.

Fig. 7.6.
Il circuito del corpo e il circuito come se. In entrambi il cervello  rappresentato dal contorno in alto, e il corpo dal contorno in basso. Nel circuito come se, l'elaborazione esclude completamente il corpo.

Fig. 7.7.
Qui sono stati fusi i diagrammi di fig. 7.1, fig. 7.2 e fig. 7.5 per mostrare i principali percorsi, legati al corpo o legati al cervello, dei segnali neurali implicati nell'emozione e nel sentimento. Si noti che, per chiarezza, si sono tralasciati i segnali endocrini e gli altri segnali chimici; inoltre (come nelle figure precedenti) si sono tralasciati anche i gangli basali.

Fig. 9.1.
Andamento della risposta di conduttanza cutanea, in soggetti normali, di controllo, senza lesioni cerebrali (A), e in soggetti con lesioni ai lobi frontali (B ), rilevata durante l'esposizione a una sequenza di immagini delle quali alcune avevano un forte contenuto emotivo. (Nel diagramma tali immagini sono individuate dalla lettera T- per target, bersaglio - posta sotto il particolare stimolo, numerato). I soggetti normali mostrano una risposta forte subito dopo aver visto le immagini emotive, ma non dopo quelle neutre; i pazienti con lesioni frontali non rispondono n alle une n alle altre.

Fig. 9.2.
Istogrammi che mostrano i risultati del test con le carte da gioco. I soggetti normali, di controllo, preferiscono i mazzi C e D, al contrario i pazienti con lesioni ai lobi frontali preferiscono i mazzi A e B. Le differenze sono significative.
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FINE.
